Ogni volta che si rilegge il Vangelo del cieco nato non si può non restare stupiti di fronte all’atteggiamento dei farisei, messo in rilievo anche dall’ironia con la quale l’evangelista Giovanni lo dipinge. Hanno di fronte un cieco nato che ha ritrovato la vista, ma non esprimono nessuno stupore. Fin dall’inizio c’è in loro un rifiuto implacabile e ostinato di fronte a quello che è appena avvenuto.

Ogni volta che si rilegge il Vangelo del cieco nato non si può non restare stupiti di fronte all’atteggiamento dei farisei, messo in rilievo anche dall’ironia con la quale l’evangelista Giovanni lo dipinge. Hanno di fronte un cieco nato che ha ritrovato la vista, ma non esprimono nessuno stupore. Fin dall’inizio c’è in loro un rifiuto implacabile e ostinato di fronte a quello che è appena avvenuto.

Per entrare nel forte messaggio del brano del Vangelo, la porta più adatta è la prima lettura, l’episodio dell’Esodo, così provocante. Il dubbio del popolo in viaggio - “il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” - non nasce per un improvviso emergere dello spirito critico, nasce nella tensione tra la speranza e la disperazione. Questo popolo si era mosso perché un uomo, Mosè, aveva suscitato in lui la speranza della liberazione.

Ogni figlio ha in sé qualcosa del padre e della madre, così come ogni creazione ha in sé qualcosa del suo creatore: in questo caso si parla di stile, nel primo caso addirittura di cellule, di esseri viventi, di DNA. Così, un capo di alta moda porta in sé qualcosa dello stilista che l’ha disegnato; un quadro o una statua dicono sempre qualcosa della vita di un artista; un figlio ha quantomeno alcuni tratti somatici, ma anche caratteriali, di uno o di entrambi i genitori.

Ogni figlio ha in sé qualcosa del padre e della madre, così come ogni creazione ha in sé qualcosa del suo creatore: in questo caso si parla di stile, nel primo caso addirittura di cellule, di esseri viventi, di DNA. Così, un capo di alta moda porta in sé qualcosa dello stilista che l’ha disegnato; un quadro o una statua dicono sempre qualcosa della vita di un artista; un figlio ha quantomeno alcuni tratti somatici, ma anche caratteriali, di uno o di entrambi i genitori.

La parola di Dio di questa ottava domenica del tempo ordinario ci indirizza verso scelte coraggiose, chiare e risolute per la nostra vita di cristiani. Soprattutto il Vangelo di oggi ci illumina circa ciò che è doveroso fare, se vogliamo seguire e servire il Signore. Non si può vivere in ambiguità, non si può avere una doppia vita. Ci vuole coerenza, fedeltà e trasparenza nel modo di agire ed operare.

Il Signore chiede ai suoi discepoli una purezza grande. Purezza di cuore, di mente, di mani, di occhi, di desideri, di volontà, di lingua. Si noti bene. Se una purezza manca, tutte le altre mancano. Se uno non è puro nel cuore, mai sarà puro nella lingua e mai sarà puro nei pensieri, nei desideri, nella volontà, nelle mani. Le sei contrapposizioni con la Legge Antica non sono da prendersi da soli, come se uno potesse esistere senza l’altro.

“Vivi davvero”, titolo di una canzone di successo di qualche anno fa, ci aiuta a sintetizzare l’invito che Gesù fa oggi ai suoi discepoli e a tutti noi: Avete una vita da custodire senza trattenere, da manifestare senza nascondere. Siete sale, siete luce, siete portatori di un dono che è legato profondamente alla terra, agli uomini, al mondo.

Ecco i primi passi della vita pubblica di Gesù, seguiti al pubblico riconoscimento, da parte di Giovanni Battista, che egli era il Messia preannunciato dai profeti. Come riferisce il vangelo di oggi (Matteo 4,12-23), egli lasciò l’insignificante villaggio di Nazareth per trasferirsi “in città”, vale a dire, per quella regione, Cafarnao. Cafarnao era in Galilea, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali del quale aveva parlato il profeta Isaia, nei termini riportati dalla prima lettura di oggi, puntualmente ripresa dall’evangelista: “Terra di Zàbulon e terra di Nèftali!

Ecco i primi passi della vita pubblica di Gesù, seguiti al pubblico riconoscimento, da parte di Giovanni Battista, che egli era il Messia preannunciato dai profeti. Come riferisce il vangelo di oggi (Matteo 4,12-23), egli lasciò l’insignificante villaggio di Nazareth per trasferirsi “in città”, vale a dire, per quella regione, Cafarnao. Cafarnao era in Galilea, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali del quale aveva parlato il profeta Isaia, nei termini riportati dalla prima lettura di oggi, puntualmente ripresa dall’evangelista: “Terra di Zàbulon e terra di Nèftali!

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