Nella storia, nel quotidiano più ordinario, Dio, l’Eterno si fa prossimo dell’uomo. Attira la sua attenzione e gli invia dei “segni”: per esempio, facciamo l’esperienza inattesa del suo aiuto; incontriamo un uomo che testimonia di lui con forza. La sua preghiera ci coinvolge e noi “prendiamo gusto a essere con Dio”. Ascoltiamo la sua parola in modo nuovo. Scopriamo subito il suo intervento negli avvenimenti della nostra vita ne scopriamo sempre più chiaramente il “filo conduttore”. Ma può accadere che talvolta percepiamo l’incontro con lui come una esigenza che ci disturba, perché non percepita come tale, che ci irrita e ci provoca. Una risposta affermativa necessita di abbandonare la terra ferma, osar affrontare l’ignoto, un cambiamento, a volte radicale.

Continuiamo la nostra riflessione sulla persona di Gesù, che in queste domeniche ce l’ho ha dimostrato come potenza rivelata da Dio e la sua missione messianica, entrando nella storia di sofferenza (malattia); di oppressione (possessione del demonio); rifiuto sociale (lebbra); peccato (paralitico). Nel nostro vangelo, Gesù, si trova di fronte ad una disperazione di un uomo paralitico inchiodato ad un lettuccio e altri uomini che lo portano di fronte a Lui scoperchiando addirittura il tetto della casa perché non c’era modo di entrare per la porta. Gesù entra nella storia di questo uomo e trova il marcio, il peccato che lo paralizza, cioè l’odio, l’egoismo, superbia, vanagloria, fornicazione, impurità, libertinaggio,divisione, invidie, inimicizie ecc.

Al culmine della Pasqua conclusa con la Pentecoste, si da di nuovo inizio al tempo Ordinario con la solennità della Santissima Trinità. Gesù prima di ascendere ai cieli lascio questo comando ben preciso: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo”, la manifestazione totale della Santissima trinità.

Venerdì, 29 Aprile 2011 01:00

Capitolo 12 – Nell’attesa del giudizio

Se ci domandiamo perché Giovanni ritarda ancora il settenario della coppa (capp. 15 e 16) la risposta non è agevole. La più probabile è quella suggerita da PRIGENT. Giovanni cerca in questo capitolo di rispondere alla domanda seguente: Che ne sarà di quelli che non si piegano e non adorano la bestia? A questa domanda rispondono i vv. 1-5. Per contrasto, il resto del cap. 14 prima annunzia (i tre angeli, vv. 6ss.) poi descrive (con le immagini della mietitura e della vendemmia) il giudizio del mondo e degli idolatri (vv.14-20).

Il cap. 13 dell’Apocalisse segna il passaggio dell’attività ostile di Satana dal piano sovrannaturale a quello terrestre, dal piano del mito a quello della storia (cfr. 12,17). La sua potenza malefica si incarna, per così dire, in una figura di questo mondo: la bestia o mostro “che sale del mare”.

Con i capp. 12 ,13 e 17 l’autore dell’Apocalisse tocca i rapporti fra i testimoni di Cristo (cioè la comunità fedele al Signore e al mandato della testimonianza) e il potere che cerca di ostacolare in tutti i modi la realizzazione di quel mandato. In particolare, il primo di questi tre capitoli vuol mostrare come si è giunti alla persecuzione da parte dell’Impero romano. È necessario non perdere di vista quest’intenzione, altrimenti si corre il rischio di mettere al centro uno dei tanti temi secondari.

Abbiamo già osservato che le sette trombe volevano essere un rinvio del giudizio atteso alla fine dell’apertura dei sette suggelli – rinvio che doveva dare all’umanità un’occasione di più, una possibilità ulteriore di ravvedimento e di conversione. La conclusione negativa del cap. 9 sembrerebbe indicare la vanità di una tale speranza: non c’è niente da fare… Il giudizio e la fine possono dunque venire, e nessuno potrà obiettare o criticare! Ma se questa è la logica umana, non è quella divina: alla durezza di cuore degli esseri umani Dio non risponde con il giudizio, ma l’insistenza nella predicazione e nella testimonianza. Questo è il tema generale dei capp. 10 e 11.

La vocazione dei credenti e delle comunità, chiamate ad essere testimoni nel mondo e fedeli anche a costo di morire per il Signore, si va facendo sempre più precisa. La figura dei due testimoni è stata significativa a questo riguardo. Ma, da questo punto in avanti, appare con sempre maggiore chiarezza che la vocazione alla resistenza e alla fedeltà è causata dalle pretese di Roma, il cui imperatore propone se stesso all’adorazione dei sudditi in tutti i paesi sui quali esercita il suo dominio. Il contrasto tra le pretese di Roma e la fedeltà a Cristo domina i capitoli che vanno da 12 a 22.

Venerdì, 04 Febbraio 2011 00:00

Capitolo 7 - Le sette trombe

I capp. 8 e 9 dell’Apocalisse sviluppano il settenario delle trombe (ma la settima tromba rimane fuori, cfr. 11,15ss. Come anche il settimo suggello era fuori dei capp. 6-7).  Oltre alla serie delle trombe vi sono in questi due capitoli alcuni altri particolari che dovranno attirare la nostra attenzione.

Venerdì, 21 Gennaio 2011 00:00

Capitolo 6 - I sette suggelli

L’interpretazione di questi due capitoli non deve dimenticare la scenografia descritta nei capitoli precedenti: alla disperazione di Giovanni perché nessuno è degno di aprire il libro chiuso da sette suggelli fa riscontro l’acclamazione dei ventiquattro anziani e dei quattro esseri viventi che riconoscono nell’agnello colui che è degno di prendere il libro e di aprirlo. Il cap. 6 è appunto quello dell’apertura dei suggelli. Secondo ogni apparenza, per aprire il libro dovrebbe essere necessario anzitutto rompere i sette suggelli: solo allora il libro potrebbe essere aperto e il suo contenuto esposto pubblicamente. Se così fosse, il contenuto del libro sarebbe descritto da 8,2 in avanti. Effettivamente il libro non viene “letto”: nella descrizione fatta da Giovanni sembra contare, più del contenuto, il possesso del libro e il suo dissuggellamento, come era il caso per le tavole del destino nel mito babilonese di Marduk (HOLTZ).

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