Giovedì, 14 Ottobre 2010 01:00

Capitolo 2 - Il preambolo

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IL PREAMBOLO

 

(Apoc. 1,1-8)

Prologo

1

1Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per rendere noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. 2Questi attesta la parola di Dio e la te-stimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. 3Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

Indirizzo

4Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, 5e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a Lui la gloria e la potenza nei secoli de secoli Amen.

7Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per Lui il petto. Sì Amen!

8Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

 

  1. Il titolo e le parole iniziali

    La prima parola del versetto dell’Apocalisse è quella che è poi servita a in-dicare il libro stesso: il Cap. 1 infatti comincia con la parola apokàlysis. Generalmente le Bibbie italiane traducono questa parola con “rivelazione” in 1,1. Invece la traducono con “Apocalisse” nel titolo del libro, benché in greco la parola sia la medesima (tuttavia la traduzione del Diodati mette nel titolo le due traduzioni: “Apocalisse o Rivelazione di Giovanni il teologo”. Le Bibbie inglesi e tedesche, generalmente, preferiscono usare la medesima parola nei due casi, intitolando l’ultimo libro della Bibbia Rivelazione. Il termine “Apocalisse”, nell’uso corrente della nostra lingua, è dovuto probabilmente a una scelta di Girolamo, che nella Vulgata (la usa traduzione latina del testo greco) ha usato appunto Apocalypsis sia nel titolo che per la prima parola di 1,1.

    Adesso il termine “Apocalisse” è usato per indicare in generale ogni scritto che appartiene a questo genere letterario.

    L’Apocalisse non è stata chiamata così perché apparteneva al genere lette-rario apocalittico; è quel genere che ha ricevuto questo nome dell’Apocalisse di Giovanni.

    La parola “rivelazione” (gr. apokàlysis) è usata 18 volte nel Nuovo Testa-mento. Due terzi dei passi sono nell’epistolario paolino. In greco, il ter-mine esprime l’atto di rimuovere un velo, un coperchio che nasconde qualcosa. Insomma, uno svelamento.

    La frase di 1,1: “Rivelazione di Gesù Cristo” si può interpretare in due modi:

    1. rivelazione che parla di Gesù Cristo, che riguarda Gesù Cristo;

    2. rivelazione che viene da Gesù Cristo, il cui autore è Gesù Cristo.

    In un certo senso, sono vere tutt’e due, perché Gesù Cristo è al tempo stesso il contenuto (l’oggetto) e l’autore (il soggetto) della rivelazione. Il seguito della frase rendi più probabile la seconda interpretazione. Giovanni presenta il suo libro non come qualcosa di suo, ma come qualcosa che gli viene dal Signore Gesù Cristo e che ha la sua origine ultima in Dio (cfr. Mt. 11,25-27). Tuttavia Cristo è anche colui al quale l’Apocalisse rende testimonianza.

  2. Lo scopo e il metodo della “rivelazione di Gesù Cristo”

    Lo scopo di questa rivelazione è indicato nel medesimo v. 1:” per mostrare ai suoi servitori le cose che debbono accadere in breve”. È importante sottolineare le parole “ai suoi servitori”: l’Apocalisse non è stata scritta per sollecitare o soddisfare la curiosità della gente o le speculazioni di filosofi o teosofi, ma per dire qualcosa ai servitori del Signore, cioè in vista dell’ubbidienza. La volontà di servire il Signore è la premessa indispensabile per ricevere il suo messaggio, cfr. Gv. 7,17.

    “Le cose che debbono accadere in breve” non sono profezie o dottrine e-soteriche (cioè riservate agli iniziati), e non sono neppure le varie tappe degli avvenimenti finali. Le stesse parole si leggono di nuovo in 22,6 e sono seguite da queste parole: “Ecco io vengo tosto”. Dunque ciò che deve venire in breve è la venuta del Signore Gesù Cristo. Tutta l’Apocalisse si occupa unicamente di Gesù Cristo che è il solo Signore e Re, e delle conseguenze che quest’affermazione ha in bene e in male: da un lato la promessa del mondo nuovo di Dio, dall’altro l’ostilità che essa suscita contro in credenti in Gesù Cristo. In particolare, per i lettori dell’Apocalisse la fede cristiana stava per scatenare la persecuzione – ma assieme ad essa anche la benedizione di Dio in mezzo alle prove, e la condanna per il potere persecutore. Il libro dell’Apocalisse si propone di dimostrare tutto ciò ai credenti delle chiese d’Asia Minore attraverso la testimonianza di Giovanni. Il metodo di questa rivelazione è accennato implicitamente alla fine del v. 1, là dove si legge: “ e l’ha fatta conoscere mandandola per mezzo del suo angelo...”. Dove noi abbiamo l’ha fatta conoscere, il greco ha il verbo usato negli ambienti non-biblici per indicare le rivelazioni impartite per mezzo di oracoli. Dell’oracolo di Delfi (Grecia), infatti, si diceva: “ non dice, né nasconde, ma segnala”, o “accenna” – cioè parla per “segni” (gr. semaìnei). In ambito biblico, troviamo questo verbo in tre passi signi-ficativi del quarto Vangelo: 12,33; 18,32; 21,19. Nei primi due si tratta di allusioni alla morte di Gesù, nel terso passo si accenna alla morte di Pietro. Queste allusioni sono tutte fatte non in un linguaggio esplicito ma mediante immagini (per es. “quando io sarò innalzato dalla terra trarrò tutti a me”, 12,22; oppure: “Quando tu sarai vecchio stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorresti”, 21,18).

    Dobbiamo ricordare che la prima metà del quarto Vangelo – che ha per tema la manifestazione della Parola (logos) – è centrata sui sette miracoli; Giovanni però non li chiama mai “miracoli” ma sempre “segni”, con un sostantivo (semeion) che deriva dal verbo semainein, segnalare, significare. Nel Vangelo di Giovanni i miracoli hanno sempre questo carattere di segni (negli altri tre vangeli di solito sono chiamati dynàmeis = opere potenti): “segni” che accennano, segnalano, esprimono una realtà più grande e profonda, non evidente di per sé agli occhi di tutti. Ricordiamo, per es. le nozze di Cana, con il cambiamento dell’acqua in vino, che è un “segno” del significato della persona di Gesù, portatrice dell’evangelo rinnovante e soprabbondante e gratuito del Regno di Dio. Il “segno” però è capito sol-tanto dai discepoli (Gv. 2,11), non dagli estranei (crf. V 9). Insomma, an-che l’Apocalisse, essendo la rivelazione di Colui che si esprime per mezzo di “segni”, parla per i credenti e non per il mondo. L’uso di questo verbo conferma dunque le conclusioni che abbiamo tratto commentando, nel medesimo versetto, le parole “per mostrare ai suoi servitori”.

  3. Lo strumento umano della rivelazione

    La prima metà del preambolo si conclude con la menzione dello strumento umano scelto per rendere testimonianza di questa rivelazione: il suo nome è Giovanni, e il suo rapporto con Gesù Cristo autore e argomento della rivelazione, è indicato dalla parola servitore e dal concetto di testimonianza (che sta anche dietro al verbo “attestare”. Il servizio che Giovanni rende al Signore Gesù Cristo è di testimoniare. L’oggetto della sua testimonianza è “la parola di Dio e la testimonianza di Gesù”. Nel I secolo D.C. la “parola di Dio” era l’Antico Testamento. È solo dal II secolo che il Nuovo Testamento comincia ad essere considerato sacra “Scrittura” accanto all’Antico Testamento. Dunque nel v. 2 “la parola di Dio e la te-stimonianza di Gesù Cristo” potrebbe indicare tutta la rivelazione biblica, quella ebraica e quella apostolica. Ma è più probabile che “la testimonianza di Gesù” e “la parola di Dio” indichino una solo cosa, cioè coincidano – perché Dio ha parlato in Cristo, Gesù è stato il suo Verbo, la sua Parola (gr. logos, Giov. 1,1) e perché Gesù ha continuamente testimoniato di Dio, con le sue parole (Gv. 7,17; 17,8), con le sue opere (Gv. 5,36; 9,4; 10,37-38; 14,10) e con la sua morte (cfr. il titolo attribuito a Gesù in Ap. 1,5: “il fedel testimone”. Questo titolo, che precede quelli di “primogenito dei morti” e di “ principe dei re della terra”, allude con tutta probabilità alla trafila morte-resurrezione-glorificazione. Giovanni è dunque il testimone del messaggio di Dio agli esseri umani, venuto per mezzo di Gesù Cristo, e della sua morte redentrice. Questa è la sostanza della predicazione, che Gesù Cristo ha affidato al suo servo Giovanni.

    Questa predicazione è destinata ad essere letta e ascoltata nelle riunioni o assemblee dei credenti. “Beati chi legge” si riferisci probabilmente alla let-tura pubblica fatta ad alta voce, in modo che ci sia “chi ascolta”. Oppure queste parole si riferiscono a “chi legge” coi suoi occhi e a “ chi ascolta” la lettura fatta da altri? Non dimentichiamo che le lettere apostoliche veni-vano lette nelle assemblee cristiane (I Tess. 5,27; Col. 4,16). A metà del II secolo Giustino martire, descrivendo il culto cristiano, menziona “le me-morie degli apostoli o gli scritti dei profeti [che] vengono letti fin dove il tempo lo consente (Apol,167). Questo versetto è la prima delle sette bea-titudini (o “macarismi”) dell’Apocalisse (1,3; 14,13; 16,15; 19,9; 20,6; 22,7; 22,14).

    Ascoltare veramente, però, significa anche “osservare”, “mettere in pratica” (cfr. Lc. 11,28 e Gv. 12,47, dove peraltro è usato un verbo greco diverso, ma di significato analogo). Certo il verbo “serbare” della Riv. (gr. tereìn) può anche avere il significato banale di “tenere in servo”, tuttavia il NT lo usa quasi quaranta volte nel senso religioso sopra indicato (cfr. Chiave Biblica, quasi tutti i passi del NT indicato sotto “osservare”, “osservato” “osservare con comandamento,-i”). Questo atteggiamento, e la conseguente beatitudine, sono legati al fatto che “il tempo è vicino”: è vicino il momento della massima crisi per i credenti (in cui essi vedranno al massimo livello le conseguenze negative che può avere il fatto di essere se-guaci in Cristo), ma anche della massima assistenza divina a favore di quelli che gli appartengono e a danno dei loro nemici.

    Ancora una volta, con il v. 3 Giovanni fa capire che non siamo davanti a una “rivelazione” di misteri che devono appagare la curiosità o l’intelligenza umana, ma di qualcosa che dev’essere ricevuto e vissuto nell’impegno e nella riconoscenza della fede.

    Nella seconda metà del preambolo (vv. 4-8) Giovanni menziona i destina-tari del libro e li saluta: essi sono i credenti che appartengono alle sette chiese di cui i occupano i capp. 2 e 3, e il saluto è quello tradizionale apo-stolico “Grazie e pace” (Cfr. l’inizio di Rom. I-II Cor., Gal., Fil., Col., I-II Tess., Tito, Filem., I-II Pt.). Giovanni si scosta però dalla formula delle Epistole nel sèguito, quando precisa da chi vengono grazia e la pace: esse vengono da Dio, dallo Spirito e dal Signore Gesù Cristo. Dio è indicato con la formula “Colui che è, che era e che viene”(cfr. 1,8; 4,8), formula che all’inizio ricorda Es. 3,14. I greci cercavano di esprimere l’idea dell’eternità di Dio con la formula “Giove era, Giove è, Giove sarà” (Pausania); gli ebrei con la formula: “Io sono chi sono, e fui, e sarò” (Targun aramaico del Deuteronomio). Ma il nostro passo dice invece “...che viene”. Non è tanto l’eternità di Dio che dà grazia e pace a quelli che sono suoi (l’eternità di Dio era incontestata, non c’era bisogno di ricordarla qui): la consolazione dei credenti nella prova che è il loro Dio è un Dio “che viene”, Non è un Dio immobile, ma un Dio che agisce, che si avvicina. Il “segno” visibile di questa caratteristica di Dio è Gesù.

    La grazia e la pace vengono in secondo luogo “dai sette spiriti che sono davanti al suo trono” Lo Spirito è moltiplicato per sette per alludere alla sua totalità o pienezza, o ai sette doni nei quali si manifesta concretamente (per es.., Is. 11,2 che enumera i sette spiriti che compongono lo Spirito di Dio che riposa sul messia. N.B., sette nel testo greco dei settanta (LXX); sei nel testo ebraico e nelle traduzioni Italiane). I dono dello Spirito sono “ davanti al trono di Dio” perché sono al servizio della sua autorità.

    Infine, la grazia e la pace vengono “da Gesù Cristo, il fedele testimone, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra”.

    Segue a questo punto una dossologia (cfr. nelle Epistole: Rm. 9,5; 16,27; Gal. 1,5; Ef. 2,20-21; Fil. 4,20; I Tim. 1,17; II Tim. 4,18; Ebr. 13,21), cioè una proclamazione di gloria in onore di Gesù Cristo “che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue”: chiara allusione al sacrificio che Gesù ha fatto della propria vita sulla croce. Il primo participio “che ci ama” è al presente perché l’amore di Cristo continua ora e sempre; il se-condo “ci ha liberati” è al passato perché si riferisce a un atto storico compiuto da Gesù, nel quale ha manifestato il suo amore. All’amore e al sacrificio redentore segue la conseguenza: “ci ha fatti essere un regno e sa-cerdoti all’Iddio e Padre suo”. Lo stesso pensiero si ritrova in 5,10 e (per i martiri) in 20,6. I Pt. 2,9 parla di “regale sacerdozio”. Tutti e due i passi si rifanno a Es. 19,6. Cristo, mettendo termine con la sua morte al sistema dei sacrifici espiatori, ha dato a tutti i credenti la prerogativa regale e sacerdotale di accostarsi liberamente a Dio e di annunziare nel suo amore il perdono e la salvezza agli esseri umani.

    Dopo la dossologia, la speranza! Nel v.7 Giovanni riprende il verbo della definizione di Dio (“ che era, che è e che viene”). Avevamo detto che il segno visibile del venire di Dio verso di noi è Gesù Cristo: infatti qui colui che viene con le nuvole (cfr. Dan. 7,13) è il Cristo. Il verbo è al presente perché nella fede di Giovanni il futuro si fa presente, anzi è presente. Colui che verrà (anzi che viene) è colui che ci ama e ci ha liberati: anche i suoi carnefici riconosceranno l’identità del Cristo, che interviene nella storia a favore dei credenti, con l’uomo che trafissero sul Golgota. Sempre nella fede, Giovanni contempla il giorno in cui tutti gli esseri umani riconosceranno il Cristo e si pentiranno del trattamento che gli fu riservato allora (“faranno cordoglio per Lui”). Oppure questa è un’interpretazione troppo ottimista ed egli vuol solo dire che “ i popoli della terra saranno sconvolti” per il rimorso? 14,14ss e 19,11ss. Incoraggiano piuttosto a prendere queste parole in senso negativo, non come ravvedimento e conversione.

    Il Preambolo termina, come qualcuno ha detto, con la “firma” dell’ispiratore ultimo dell’Apocalisse. Qui Dio si presenta come l’Alfa e l’Omega (prima e ultima lettera dell’alfabeto greco, che stanno a significare, simbolicamente, che Dio è il principio e la fine, il primo e l’ultimo, (cfr. 21,6; 1,17; 2,8; 22,13 e Is. 44,6; 48,12) cioè come il tutto, o l’eterno; si presenta come “il Signore” (questo è il nome che gli ebrei di lingua greca usavano dove noi abbiamo, nella Riveduta, “l’Eterno” e il testo ebraico aveva il nome non pronunciabile, il tetragramma sacro (YHWH); poi ancora una volta con la formula “che era, che è e che viene”, infine come “l’Onnipotente”. Questo titolo si trova nove volte nell’Apocalisse. Fuori dall’Apocalisse, solo una volta in II Cor. 6,18. È il titolo che usa la Bibbia greca (LXX) nei passi dove la Bibbia ebraica aveva “Dio degli eserciti”. Più che sforzarci ad approfondire il significato della parola greca, dobbiamo dunque considerarla come un sforzo di Giovanni per affermare l’identità del suo Dio con il Dio dei padri, il Dio dell’Antico Testamento.

    A questo punto, vogliamo tentare una sintesi di questi primi versetti dell’Apocalisse. Essi ci parlano soprattutto di Dio, di Gesù Cristo e dello Spirito Santo. Questi non esistono solo nella torre d’avorio di un isola-mento santo, eterno e perfetto: noi sappiamo di loro grazie al loro rapporto con il mondo e con i credenti; perciò anche in questi primi versetti la chiesa e il mondo entrano nel quadro occupato in maniera preponderante dai riferimenti a Gesù Cristo (l’Apocalisse è prima di tutto una cristologia!).

    Dio è”colui che era, che è e che viene” (v.4), colui che è all’origine della rivelazione scritta da Giovanni per le sette chiese (v.1), l’Onnipotente (v.8).

    Gesù Cristo è colui che ha concretamente dato al suo servo Giovanni la rivelazione stessa (v 1b), ne è il contenuto (v. 1°), ed è il contenuto della testimonianza di Giovanni (v.2). Questa posizione preminente gli aspetta perché Gesù Cristo ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati (v.5b): l’opera di Cristo è accennata anche nel v 5° con le allusioni alla morte e alla risur-rezione (per la morte cfr. v. 7b), ma non è terminata: alla glorificazione (v. 5°) seguono altre manifestazioni del suo amore per noi: egli viene (v.7), egli fa di noi un regno di sacerdoti (v.6). Per questo egli riceve l’acclamazione regale da parte dei suoi fedeli (v.6b).

    Lo Spirito Santo è menzionato soltanto al v 4b, come colui che insieme al Padre e a Gesù Cristo dà ai credenti grazia e pace. Lo Spirito è lo strumento al servizio di Dio con l’infinita ricchezza dei suoi doni.

    La Chiesa è l’oggetto dell’amore e della salvezza compiuta da Gesù Cristo (v.5b): a lei è destinata la rivelazione che Cristo ha compiuto da Dio e ha mandato per mezzo di Giovanni (v.1). Essa è chiamata a un ascolto obbe-diente, impegno di questa rivelazione (v.3) per essere degna della sua vo-cazione di libertà e di sacerdozio universale (v.6°). Essa deve essere cosciente del privilegio che ha di conoscere la rivelazione divina (v.3). È chiaro che non si tratta della chiesa- istituzione: i vv. citati si riferiscono tutti ai credenti, cioè alla chiesa come insieme di coloro che credono e s’impegnano come discepoli di Cristo.

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