Giovedì, 21 Ottobre 2010 01:00

Capitolo 3 - Prima parte

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PRIMA PARTE

 

La vocazione della comunità di credenti tra la risurrezione di Gesù e la fine (Ap. 1,9 – 11,14)

C’è nell’Apocalisse una profonda unità nel descrivere la vocazione dei cre-denti e della chiesa (nel senso di “popolo dei credenti”), dal principio alla fine: essi sono chiamati alla costanza, alla fedeltà, alla testimonianza che può giungere anche alla sua forma estrema (martirio) - seguendo in questo le orme dell’agnello.

Tuttavia questa vocazione è espressa in forma più generale nei primi undici capitoli, mentre da 11,15 in avanti prende una concretezza sempre maggiore il contrasto fra la fedeltà richiesta ai credenti e le pretese messe avanti dallo Stato romano. Ritorneremo su questa differenza all’inizio della seconda parte. Ora esamineremo la prima, che si estende dalla visione del Cristo alla missione dei due testimoni, passando attraverso le sette lettere, i sette suggelli e le sette trombe.

 

Il Cristo fra i candelabri. Visione inaugurale (ap. 1,9-20)
Visione preparatoria

9Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. 10Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia, e a Laodicèa. 12Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro 13e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggiante come fuoco, 15i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. 16Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

17Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo 18e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. 19Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. 20Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.

 

“Visione inaugurale” è un’espressione tecnica equivalente a quella più fa-miliare di “vocazione” di un profeta, del tipo di quelle narrate in Is. 6; Ger. 1; Ez.1ss. Nei racconti di vocazione dei profeti è spesso indicata la data, che manca nel caso di Giovanni; invece è indicato il nome (Giovanni), seguito dalle qualifiche con cui si rivolge ai lettori: egli è non solo “fratello” (in fede, ovviamente) ma anche compartecipe (TILC: “compagno”) delle medesime realtà che in quel momento arricchivano o minacciavano la fede delle sette chiese: la “Tribolazione” (che l’evangelo annunzia per gli ultimi giorni, ma che per esse sta per prendere corpo nella persecuzione che li minaccia: ricordiamo la morte di Antìpa, citata in (2,13), il regno (che non è solo una speranza o attesa, come ha la TILC: per l’Apocalisse, i credenti regnano già con Cristo, 1,6) e la costanza (forse meglio: la sopportazione, la perseveranza nella prova, la pazienza – non bisogna dimenticare che quest’ultima parola viene da “patire”. Tribolazione e sopportazione stanno ai due lati della parola regno e ci fanno capire che Giovanni intende riferirsi alla Vittoria attraverso la prova, al regno che è appannaggio dei martiri che non cedono e non piegano il ginocchio davanti agli idoli.

 

 

Giovanni è nell’isola di Pàtmos, nel mare Egeo (isolotto di circa 10 Km di diametro) “a motivo della parola di Dio e della testimonianza di Gesù”: non “per predicare la parola ecc.” e neppure per la speranza di incontrare (o ricevere) la parola di Dio nella solitudine e la meditazione. Il greco significa proprio: “a causa di...” cfr. i paralleli di 6,9 e 20,4. La parola di Dio e la testimonianza di Gesù (su quest’espressione ricordiamo il commento a 1,2) sono la causa che ha portato Giovanni a trovarsi in quel’isola, forse confinato (Tertulliano parla di relegatio, appunto). Come spesso succede, una misura poliziesca destinata a reprimere la testimonianza cristiana ottiene l’effetto opposto (cfr. Fil. 1,12). La data non è indicata, ma c’è la frase nel giorno del Signore, gr. Kyriakè, cioè del Kyrios = del Signore Gesù. Quindi difficilmente un sabato, che era il giorno di Dio d’Israele; piuttosto, il giorno in cui, al termine del riposo sabbatico, i cristiani celebravano la risurrezione di Gesù (cfr. At. 20,7; Didakè cap. 14; presupposta in I Cor. 16,2).

 

 

Come i profeti dell’Antico Testamento, Giovanni è “rapito in ispirito” (v.10). Queste parole fanno pensare che Giovanni sia stato “trasportato” spiritualmente altrove: nel cielo, sulla riva del mare (12,18 secondo la nota della Riv.)ecc. In realtà, in greco c’è un verbo che significa semplicemente “essere” o “diventare”. Potremmo anche dire “divenne posseduto dallo Spirito”, oppure: “si trovò nelle condizioni spirituali atte a ricevere una rivelazione, o delle visioni”. Atti 11,5; 22,17 e altrove usa l’espressione “in estasi”, che si usa normalmente per descrivere le condizioni spirituali in cui i più antichi profeti avevano la loro ispirazione. Efficace la traduzione TILC: “Lo Spirito del Signore si impadronì di me”. C’è però una differenza capitale rispetto alle vocazioni dei profeti dell’Antico Testamento: qui l’ordine non è di parlare, ma di scrivere (v. 11 e v. 19).

 

 

Quest’ordine è molto significativo. Ai suoi discepoli Gesù non ordina mai di scrivere, ma solo di predicare. Anche dopo la risurrezione, il messaggio di Gesù si propaga solo attraverso la testimonianza orale, non per mezzo di scritti: i primi scritti cristiani sorgono poi per esigenze didattiche (raccolte di massime di Gesù, piccole collezioni di dibattiti, di parole ecc.) Quasi contemporaneamente, o subito dopo, si sviluppa il genere letterario della lettera apostolica (iniziato da Paolo). Qui invece l’ordine di scrivere è attribuito direttamente al Signore. Questo vuol dire che ci troviamo ad un momento importante dello sviluppo della testimonianza cristiana, un momento nel quale bisognava aggiungere allo strumento della predicazione quello della scrittura.

Questo può essere accaduto per più ragioni:

  1. Perché la fine del mondo non si era realizzata, e quindi occorreva pren-dere in considerazione la possibilità di tramandare il messaggio cristiano in modo meno transitorio e fuggevole di quello costituito dalla predica-zione. La Chiesa ormai era nel mondo per restarci un tempo relativa-mente lungo e non solo per incontrare a brevissima scadenza il Signore che torna;
  2. Perché la predicazione rischiava di venire inquinata dall’eresia. Ci sono accenni preoccupati, in alcune delle sette lettere dei cap. 2-3, a questo problema. Occorreva fissare la tradizione per iscritto e segnare bene i confini tra la sana dottrina e l’errore;
  3. Oppure perché lo scritto era sola forma di comunicazione possibile per l’autore in esilio.

Quest’ordine di scrivere implica che l’autore dell’Apocalisse si trova più o meno nella stessa situazione nella quale si formò la vocazione degli evan-gelisti che composero i vangeli.

Lo scritto di Giovanni è destinato alle sette Chiese (v.11) che sono elencate per nome.

 

 

La descrizione della visione nei vv. 12-16 ci colpisce per la sua indetermi-natezza: “vidi... uno somigliante a un Figlio d’uomo” (v.13); “come can-dida lana, come neve: come una fiamma di fuoco” (v.14); “simile a terso rame; [...] come la voce di molte acque” (v.15). Questo non significa che la descrizione sia poco accurata, o la visione sia stata guardata senza suffi-ciente attenzione. Significa invece che il linguaggio umano e le immagini a disposizione di Giovanni per descrivere quello che ha visto sono assolu-tamente insufficienti. Quello che conta non sono dunque questi particolari esteriori, ma l’impressione globale e il senso della visione nel suo insieme. Tutta la visione esprime la gloria e la potenza del Figlio dell’uomo: la veste lunga e la cintura d’oro sono emblemi regali (o per lo meno, di personaggio di altissimo rango); i piedi di rame, la voce, il volto splendente esprimono potenza; i capelli bianchi non significano vecchiaia, ma eternità (cfr. Dan. 7,9ss), la spada e due tagli che esce dalla sua bocca è simbolo della efficacia della sua parola (Is. 49,2; Ebr.4,12). Anche lo sguardo fiammeggiante (cfr. Dan. 10,6) è simbolo di autorità e di potenza.

Il personaggio della visione si presenta come “il primo e l’ultimo e il vi-vente”. “Il primo e l’ultimo” a (v.8) erano attributi di Dio stesso, e “il vi-vente” anche (cfr. 4,9-10; 10,6; nell’AT, Sal 42,2). Il Cristo dell’Apocalisse ha le caratteristiche tipiche di Dio stesso. “E fui morto ma ecco sono vivente per sempre” (v.18) riassume nei due momenti culminante tutta la vicenda di Gesù (cfr. I Cor. 15,3-4 dove l’evangelo menzionato al v. 1 è riassunto negli stessi fatti: che Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture, e che risuscitò il terzo giorno; o anche Rm. 4,25). La sua morte e la sua risurrezione, che al tempo stesso anche glorificazione, hanno fatto sì che Gesù Cristo sia colui che controlla e domina il grande avversario: la morte e il soggiorno dei morti (TILC: “Ho la morte in mio potere, in mio potere è il mondo dei morti”) Ades non è inferno = luogo di castigo, ma l’equivalente in greco del soggiorno dei morti in attesa del giudizio, ebraico sceòl. Morte e Ades non sono indicate separatamente, ma sono una ripetizione analoga a quelle del parallelismo ebraico per ribadire un concetto: Cristo è vincitore e Signore della morte. Questo è il messaggio di consolazione e di speranza che permette a Giovanni e ai suoi compagni di fede di essere perseveranti nella tribolazione (v.9).

 

 

Due particolare della visione sono passati finora inosservati: il Figlio dell’uomo era “in mezzo a sette candelabri d’oro” 8vv. 12s.) e “teneva nella sua mano destra sette stelle” (v.16). Questi immagini hanno lo loro spiegazione al v.19.

I sette candelabri sono le sette chiese: bella immagine della vocazione delle chiese di Cristo, che non sono la luce ma lo strumento che presenta al mondo l’unica luce, cioè Cristo. Il candelabro non illumina di luce propria, ma grazie alla luce di Cristo. Però la sua funzione (e quindi la vocazione della chiesa) è di diffondere quella luce (Mt. 5,14), di tenerla alta nel mondo (cfr. Fil. 2,15). L’immagine del candeliere ha un ricco sfondo biblico, cfr. Es. 25,31)ss. 37,17ss.; Zac. 4,2. Ma forse non è senza signifi-cato che il candelabro d’Israele sia uno con sette braccia, mentre le chiese sono sette candelabri distinti.

Le sette stelle sono gli angeli delle sette chiese: questa spiegazione sarà ri-presa nella formula di inizio di ciascuna delle sette lettere dei capp. 2-3. Esse sono tutte dirette “All’angelo della chiesa di...”; Sull’identità di questo “angelo” si sono sparsi fiumi d’inchiostro. Le principali interpretazioni possono essere riunite in due gruppi: da un lato quelle che interpretano “angelo” nel senso di entità soprannaturale, celeste; dall’altro quelle che applicano quel termine a una persona umana.

Nella prima categoria va un’interpretazione che è difficile condividere: quella che ogni chiesa abbia una specie di angelo custode, al quale saranno dirette le sette lettere perché indirizzi la chiesa che gli è affidata sulle vie indicate dal Signore. Un altro suggerimento è che con la parola “angelo” si alluda alla realtà escatologica delle chiese, realtà che per ora è ancora na-scosta presso Dio, mentre qui noi conosciamo soltanto la realtà empirica delle comunità con tutti i loro difetti e imperfezioni. Anche questa seconda ipotesi è difficilmente accettabile, perché fa pensare più alla filosofia platonica e alla sua teoria delle idee o forme pure delle realtà terrene, che alla nozione biblica. Essa ha tuttavia un’analogia con la vita del credente secondo Col. 3,3, vita che si svolge sulla terra ma contemporaneamente è anche “nascosta in Cristo in Dio”. Inoltre è la spiegazione che meglio delle altre rende conto dell’immagine del v. 16: le chiese sono custodite nella mano del Signore.

Nella seconda categoria possiamo ricordare le interpretazioni che vedono nell’“angelo” il pastore (così i protestanti) o il vescovo (così i cattolici e gli anglicani) delle sette chiese. Forse questi suggerimenti sono più vicini alla realtà, se si pensa che la parola greca ànghelos in realtà vuol dire “messag-gero”. Forse la Bibbia trarrebbe vantaggio dall’uso di questa traduzione in molti casi in cui c’è l’abitudine di tradurre ànghelos con “angelo”: è inevi-tabile che il lettore pensi subito alla figura tradizionale dell’angelo raffigu-rata in innumerevoli dipinti, creatura con un corpo e un volto umano, con una veste bianca e con lunghe ali pennute.

Nel caso delle sette chiese, non si capisce perchè il Signore, per comunicare qualcosa a degli “angeli”, avrebbe dovuto servirsi dell’intermediario umano (Giovanni). Diverso è il caso se con ànghelos Giovanni intendeva il predicatore, o il delegato della chiesa ad un incontro regionale di comunità. Dal contenuto delle lettere chiunque sia il destinatario immediato è chiaro che il messaggio è rivolto alle comunità stesse, e sono esse ad doverne ricavare le loro conclusioni.

 

Di fronte alla visione di Cristo fra i candelabri, e della potenza del suo aspetto e della sua voce, Giovanni cade a terra ai suoi piedi, v.17. È la rea-zione tradizionale di fronte a casi con simili; cfr. Is. 6,5; Ez. 1,28; Dan. 8,10, 10,9, 11. È l’intervento di Cristo che lo rianima (egli era “come morto”) e lo vivifica, dicendoli: “non temere” (cfr.Dan.10,12; Mc. 16,6).

Qui in Ap. 1 non è detto per quale motivo Giovanni piomba a terra ai piedi di Cristo e dev’essere rianimato e incoraggiato da Lui. Nel caso di Isaia (Is.6,25), invece, il profeta allude al contrasto fra la santità di Dio e l’impurità delle sue labbra (cioè del suo parlare) e di quelle del suo popolo. Anche senza un’indicazione di questo genere, si tratta del medesimo contrasto fra la santità di Cristo e l’indegnità dei suoi servitori. Il dato consolante è però che scena non si ferma a questo punto, ma prosegue con la rianimazione del servitore, e con l’affidamento di un incarico di grande responsabilità.

Se vogliamo tentare una sintesi del brano 1,9-20 possiamo forse mettere in evidenza questi punti:

  1. Mentre nel AT. I servitori di Dio sono chiamati medianti una visione di Dio, qui Giovanni ricevi una vocazione particolare con una visione del Si-gnore Gesù Cristo nella sua gloria.
  2. L’effetto della visione è di scacciare l’essere umano per contrasto sotto il peso della sua indegnità; ma questo tien dietro immediatamente la riabilitazione, la grazia, e l’affidamento di un compito preciso da parte del Signore.
  3. Tutto questo non sarebbe possibile sul piano strettamente umano: è lo Spirito di Dio che interviene per rendere l’essere umano ricettivo alla ri-velazione e alla vocazione che li sono inviate.
  4. La persona chiamata non è, in questo caso, una persona qualsiasi, ma un credente che si era già impegnato e aveva già sofferto per la parola di Dio. Senza escludere che Dio possa trovare in qualsiasi essere umano un suo servitore (cfr. Am. 7,14-15; Mc. 1,16-20; 2,13-14; At. 9,1-16), il servizio e la sofferenza per lui possono essere premessa di una chiamata a un servizio più impegnativo e di più vasta portata.
  5. Infine, la dimensione comunitaria: la visione (come la vocazione dei profeti) è rivolta a un singolo, ma questi fa parte di una grande famiglia. La Chiesa è nel suo passato (egli si trova confinato a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù) ed è nel suo futuro immediato (perché le cose che vede dovrà farle arrivare per iscritto alle sette chiese dell’Asia Minore occidentale). Questo significa che la vocazione di Giovanni a dare alle chiese questa testimonianza nasce, per così dire, nella chiesa – anche se in quel momento Giovanni è solo nell’isolamento a cui è stato condannato – e deve servire per la chiesa e quindi anche per la testimonianza che la chiesa dà al mondo.

 

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