Venerdì, 05 Novembre 2010 00:00

Capitolo 4 - Chiamati a essere vincitori

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CHIAMATI A ESSERE VINCITORI (Apoc. 2 e 3)

 

 

  1. Efeso
    2
    All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi:
    Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro: Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova – quelli che si dicono apostoli e non lo sono – e li hai trovati bugiardi. Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto. Tut-tavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaìti, che anch’io detesto.
    Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese: Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.
     
  2. Smirne
    All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi:
    Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita: Cono-sco la tua tribolazione; la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana, Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita.
    Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte.
     
  3. Pèrgamo
    All’angelo della Chiesa di Pèrgamo scrivi:
    Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli: So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana. Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaàm, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d’Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione. Così pure hai quelli che seguono la dottrina dei Nicolaìti. Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.
    Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.
     
  4. Tiàtira
    All’angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi:
    Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente. Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iazabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere della sua dissolutezza. Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnato. Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che Io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere. A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana – come le chiamo – non imporrò altri pesi; ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno. Ai vincitori che persevera sino alla fine nelle mie opere,
       darò autorità sopra le nazioni;
       le pascolerà con bastone di ferro
       e le frantumerà come vasi di terracotta,
    con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
  5. Sardi
    3
    All’angelo della Chiesa di Sardi scrivi:
    Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: conosco le tue opere; ti si crede vivo invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. Tuttavia s Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non can-cellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
  6. Filadelfia
    All’angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi:
    Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha le chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre. Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana – di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono - : li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti preserverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso del mio Dio, insieme con il mio nome nuovo. Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.
  7. Laodicèa
    All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi:
    Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace. Il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Ti dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comprare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

 

Abbiamo visto nella visione inaugurale di Giovanni (1,9-20) che il Cristo gli appare con caratteristiche di potenza. Non si tratta solo di una potenza metafisica, cioè di una caratteristica inerente alla sua natura, ma anche di una potenza ricevuta e verificata storicamente, quando Dio lo risuscitò dai morti. Per questo al centro della visione stanno le parole: “ fui morto, ma sono vivente per sempre” (1,18). La vittoria di Gesù sulla morte è la manifestazione suprema della sua potenza, il fondamento e il principio della sua glorificazione. Nelle sette lettere egli ora chiama i credenti ad es-sere anch’essi vincitori.

Che cosa sono le “sette lettere”? Abituati alle lettere di Paolo, possiamo es-sere tentati di pensare che anche le “sette lettere” dell’Apocalisse siano una raccolta di lettere scritte da Giovanni alle comunità cristiane con le quali aveva rapporti di conoscenza personale. In realtà, la parola “lettera” (gr. epistolè) non si trova mai nell’Apocalisse. L’unico appiglio per chiamare “lettere” si sette brani che compongono i capp. 2-3 dell’Apocalisse è la formula ripetuta sette volte: “All’angelo della Chiesa di ... scrivi” (ma ri-cordiamo che le sette Chiese dei capp. 2-3 sono anche quelle cui dev’essere mandato tutto il libro dell’Apocalisse, secondo 1,11: “ Quel che tu vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese”).

Definire “lettere” questi sette brani è molto difficile, perché mancano le caratteristiche formali e sostanziali delle lettere. Esse non hanno all’inizio la soprascritta che conteneva il nome del mittente, quello del destinatario, il saluto e una parola di augurio (che Paolo sostituisce di solito con una preghiera d’intercessione); e alla fine non hanno una formula di chiusura e di saluto, né del tipo greco (cfr. AT. 15,29 e 23,30) né del tipo paolino (cfr. Rm. 15,33; II Cor. 13,13; Gal. 618ecc.). Ma soprattutto non sono lettere perché manca la sostanza tipica delle lettere, cioè lo scambio di no-tizie, la richiesta di informazioni, il riferimento a persone e situazioni note allo scrivente e ai suoi lettori. L’unico elemento che potrebbe appartenere al genere letterario della lettera è l’esortazione, accompagnata da minacce e da promesse. Ma tutto questo si trova anche in altri generi letterari.

Abbiamo visto precedentemente che Giovanni è un profeta-scrittore, non un profeta-predicatore. Probabilmente, se l’Apocalisse fosse nata come un discorso, i sette brani dei capp. 2-3 comincerebbe con una frase di questo tipo: Alla Chiesa di Efeso di’...; oppure: per la chiesa di Efeso pronuncia questo oracolo ... Ma l’Apocalisse nasce come un messaggio scritto, come un libro. Perciò anche le esortazioni alle singole chiese non sono pronun-ziate oralmente ma messe per scritto. Questo ha fatto nascere le espressione corrente di “ lettere alle sette Chiese”, che però appartiene alla tradizione, non al testo biblico. Forse sarebbe più esatto parlare di messaggi o di ora-coli. I messaggi rivolti alle chiese sono sette. Sappiamo che questo è un numero simbolico: siccome non si tratta di “lettere”, e nessuna di esse è mai stata mandata isolatamente alla comunità di cui reca il nome, è probabile che Giovanni rivolga la somma di queste sette esortazioni a tutta la cristianità della Asia Minore. E non si può neppure escludere, anche se è meno probabile, che rivolgendosi a quelle sette chiese egli voglia esortare la totalità delle comunità cristiane del suo tempo. Non dobbiamo dunque considerare il numero sette come un numero limitativo, che escluda qualsiasi interesse di Giovanni per altre chiese, e qualsiasi applicazioni possibile ad altre chiese di quello che Giovanni dice in questi due capitoli.

Ma perché, scegliendo sette chiese, Giovanni ha scelto proprio quelle di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatìri, Sardi, Filadelfia e Laodicea? La domanda è legittima: perché è trascurata per Esempio, la Chiesa di Colosse che ci è nota dal NT? O quelle di Magnesia e di Tralli, che conosciamo dall’epistolario di Ignazio di Antiochia 15 o 20 anni dopo l’Apocalisse, Ignazio scrive sette lettere (a Efeso, Magnesia, Tralli, Roma, Filadelfia, Smirne e a Policarpo Vescovo di Smirne) durante il viaggio da Antiochia, dov’era stato arrestato, a Roma dove subirà il martirio.

Perché, dunque, proprio queste sette chiese e non altre? Un storico inglese, RANSAY, sosteneva che le sette città di Ap. 2-3 si trovavano uno di seguito all’atra, proprio nell’ordine dell’Apocalisse, e che un corriere diretto al nord, partendo dalla costa del’Asia Minore di fronte a Patmos, avrebbe toccato Efeso, poi Smirne e Pergamo. Quindi dirigendosi al Sud, ma all’interno, sarebbe passato da Tiatiri, Sardi, Filadelfia e Laodicea. Così avrebbe raggiunto il numero di sette. Per includere Colosse avrebbe dovuto lasciare da parte una di queste sette città: Colosse infatti si trova al di là di Laodicea, scendo dal Nord.

L’ipotesi è ingegnosa e forse è anche accettabile, ma ovviamente non e-sclude che Giovanni si rivolga proprio a quelle sette chiese perché erano quelle che conosceva meglio, oppure quelle dove un suo messaggio avrebbe trovato più facilmente ascolto. Se ricordiamo che nell’Apocalisse non ce nessuna traccia dell’attività di Paolo in Asia Minore, potrebbe darsi che Giovanni non avesse relazioni particolarmente strette con le comunità pa-oline, p es. Colosse. Tuttavia Efeso è proprio la città dove Paolo si è fer-mato più a lungo, insegnando per tre anni (At. 19,8-10.21-22).

Un’altra possibilità è che una delegazione di quelle sette chiese si fosse re-cata a Patmos a trovare Giovanni, e che egli avesse presso di sé i delegati o messaggeri (gr. àngheloi) di quelle sette comunità e non altre. Egli potrebbe aver approfittato dell’occasione per consegnar loro il testo dell’Apocalisse accompagnato da un messaggio particolare per ciascuna di esse ma valido per tutte, al di là della situazione particolare di ciascuna: “chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese!”

 

***

 

Le sette lettere sono tutte costruite allo stesso modo:

  1. Formula: «All’angelo della chiesa di ..., scrivi ...»;
  2. Autopresentazione del Cristo, con la formula: «Queste cose dice», seguita da allusioni che pretendono di identificare in lui il Cristo della visione del Cap. 1;
  3. Apprezzamento per gli aspetti positivi della comunità cui è indi-rizzato il messaggio (manca il settimo messaggio);
  4. Parole di condanna di peccato specifici (mancano nel secondo e nel sesto messaggio);
  5. Invito al pentimento, o a perseverare nella buona condotta;
  6. Minacce e/o promesse;
  7. Formula di chiusura e promesse per “chi vince”.

 

Esamineremo ora una per una le sette parti che formano questo schema.

  1. La formula introduttiva

    Abbiamo già visto quale può essere il significato della formula: “angelo della chiesa”, e perché le sette chiese sono queste e non altre. Ricordiamo che tutte appartengono alla regione che i romani chiamavano “ Provincia d’Asia”. La provincia comprendeva quasi tutta la costa occidentale dell’Asia Minore, l’attuale Turchia (fino a un punto situato, verso sud, di fronte all’isola di Rodi) e poi s’incuneava nell’interno come una specie di grosso triangolo che aveva il suo vertice a sud-ovest di Ancyra (l’odierna Ankara), capitale della provincia limitrofa della Galazia. Le altre province confinante erano della Bitinia-Ponto a nord, e la Licia-Panfilia a sud. La “provincia d’Asia” era dunque solo una piccola parte dell’Asia Minore, e le sette chiese si trovavano tutte nel suo territorio occidentale. Efeso era la città più importante e popolosa, con il famosissimo tempio di Artemide o Diana (cfr. At. 19,23-41); c’era anche un tempio dedicato a Giulio Cesare. Anche Smirne aveva un tempio dedicato al culto imperiale, ed è ricordata come sede di un’importante colonia giudaica. Pergamo era la capitale della provincia. E’ famosa per la produzione della pergamena e per il colossale altare di Zeus che si trova ora a Berlino. Come capitale, edificò un tempio in onore di Augusto e della dea Roma, poi un altro in onore di Traiano. Tiatiri era meno importante, e dipendeva da Pergamo (almeno nei primi II secoli d.c.); ai lettori del Nuovo Testamento è nota da At. 16,14. Anche Sardi non aveva grandi importanza ed ebbe bisogno dell’aiuto finanziario dell’imperatore Tiberio per rifarsi dei danni del terremoto del 17d.c. Lo stesso può dirsi dei Filadelfia; nella storia cristiana è ricordata per gli undici martiri che morirono assieme a Policarpo di Smirne (156dc.). Laodicea, infine era un’importante nodo stradale nella valle di Lico. Distrutta da un terremoto nel 60 d.c., risorse senza bisogno di aiuti da Roma.

     

  2. L’autopresentazione del Cristo

    I messaggi per le sette chiese vengono da Cristo ma non c’è mai il suo nome: egli è indicato con immagini che riprendono qualche elemento della visione del cap. 1. Cerchiamoli, nell’ordine, in ciascuna delle sette lettere.

    1. “Colui che tiene le sette stelle [...] e cammina in mezzo ai sette cande-labri”: cfr. 1,13.16.
    2. “Il primo e l’ultimo, fui morto ma ecco sono vivente”: cfr. 1,18.
    3. “Colui che ha la spada acuta a due tagli”: cfr. 1,16.
    4. “Colui che ha gli occhi come fiamma di fuoco e i cui piedi sono come terso rame”: cfr. 1,14-15.
    5. “Colui che ha i sette spiriti di Dio e le sette stelle”: cfr. 1,16.
    6. “Colui che ha la chiave ...” cfr. 1,18. In questo caso l’allusione è molto vaga. L’immagine della chiave è ricavata senza dubbio da Is. 22,22.
    7. “Il testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio”:cfr. 1,5.

    Questi collegamenti fra il cap. 1 e i cap. 2-3 dimostrano che le sette lettere non sono un corpo estraneo, ma hanno fatto parte dell’Apocalisse fin da quando essa è stata divulgata.

     

  3. Apprezzamenti per gli aspetti positivi delle comunità

    Com’è logico, qui non si può parlare di una formula, perché questo ele-mento varia da lettera a lettera. Al massimo ha carattere di formula l’inizio: “Io conosco le tue opere” (con una variante per Smirne: “Io conosco la tua tribolazione e la tua povertà e le calunnie...”; e per Pergamo: “Io conosco dove tu abiti [...], eppure tu ritieni fermamente il mio nome”).

    La chiesa di Efeso è lodata per la sua costanza, cioè per la sua fedeltà e fermezza: infatti – prosegue l’elogio – ha resistito ai falsi apostoli. La parola “apostolo” va presa qui nel suo significato etimologico “inviato” o di “predicatore itinerante” che rappresenta un gruppo o un’ideologia. Non c’è l’idea che si tratti di persone che hanno tentato di farsi passare per qualcuno dei dodici apostoli di Gesù. La loro falsità consiste invece nelle dottrine eretiche che hanno predicato. Probabilmente si tratta dei Nicolaiti, menzionati in 2,6.

    La chiesa di Smirne è elogiata per la sua povertà apparente, alla quale cor-risponde tuttavia una ricchezza autentica. E’ difficile dire se qui si tratta di povertà materiale, compensata da una ricchezza di fede, di conoscenza di Dio, di vita carismatica – oppure se vi siano riferimenti al disprezzo gno-stico per il Gesù terreno e per la croce: questi aspetti della fede cristiana erano considerati di secondo ordine, e il cristianesimo centrato su queste realtà una religione povera e confronto con le speculazioni filosofiche della gnosi fondate su pretese rivelazioni superumane relative alla gloria dei redenti. Un’allusione all’eresia è assai probabile, nelle parole che abbiamo esaminato, perché il messaggio prosegue accennando al conflitto con alcuni che dicono d’essere giudei e non lo sono, ma sono un’assemblea, una conventicola o congrega (dal greco synàgeyn, riunire) di Satana. E’ bene evitare qui l’espressione “sinagoga di satana”, che ricalca il greco ma non è più fedele di quelle suggerite sopra. Essa può addirittura suscitare impres-sione antisemitiche, mentre lo scopo del testo è anti-eretico.

    La chiesa di Pergamo è lodata per la sua fedeltà al nome di Cristo (il nome, nel mondo ebraico, equivale alla persona che lo porta, quindi si tratta qui di fedeltà alla persona di Cristo). E’ una chiesa che non rinnega la fede cristiana, anche se vive dove c’è “il trono di Satana”. Verrebbe fatto di pensare che Giovanni dia il nome di “trono di Satana” al famoso altare pagano che era il vanto della città e ne era anche il coronamento, collocato com’era sulla sommità della collina. Ma nell’Apocalisse il trono è il simbolo dell’esercizio di un potere o di un’autorità, e allora l’espressione prende un significato più indeterminato, e viene a significare: tu abiti dove imperversa l’autorità di Satana. La prova di quest’affermazione è la menzione di Antipa: Pergamo è la sola chiesa fra cui membri l’Apocalisse ricordi il nome di un martire.

    La chiesa di Tiatiri ha fede, opere, servizio, perseveranza, progresso cri-stiano.

    Sardi non ha molte qualità che possano venire menzionate: in realtà è una chiesa morta, o quasi. Tuttavia ha alcuni pochi che “non hanno contami-nato le loro vesti”, cioè non hanno accettato l’insegnamento degli eretici mescolando fede e eresia, o meglio, macchiando l’abito bianco della fede con dottrine incompatibili.

    La chiesa di Filadelfia ha serbato la parola e non ha rinnegato il nome di Cristo: anche questa volta non si tratta di elogi generici. A Filadelfia c’è un’altra conventicola di Satana, una sette eretica di persone che vogliono farsi passare per giudei e non lo sono. In una situazione conflittuale di questo genere, rimanere fedeli a Cristo e alla sua parola acquista un signi-ficato preciso.

    La chiesa di Laodicea, infine non ha nessun elemento positivo nella sua vita comunitaria, perciò riceve un messaggio di soli rimproveri ed esortazioni al ravvedimento.

     

  4. Condanna di colpe specifiche delle chiese

    Generalmente, dopo la menzione degli aspetti positivi delle comunità, troviamo una frase con la denuncia degli aspetti negativi. Tre volte c’è una formula tipica: “ Ma ho questo contro di te: che ...” (2,14.20). Nelle altre quattro lettere non c’è questa formula per una ragione ben precisa: che nella seconda e nella sesta lettera non ci sono parole di condanna, mentre la quinta e la settima cominciano direttamente con dei rimproveri. Perciò né in un caso né nell’altro c’è posto per il Ma di Cristo che interrompe e attenua le lodi che precedono.

    Quali sono le colpe rinfacciate alle cinque chiese deficitarie?

    Efeso ha perduto “l’amore di prima” (TILC): se quella comunità faceva la sua scelta per l’ortodossia e ripudiava le aberrazioni eretiche, allo stesso tempo perdeva l’intensità del suo attaccamento a Cristo, o il calore dell’amore fraterno vissuto nei rapporti comunitari o verso i convertiti che accettavano l’evangelo. Dobbiamo chiederci seriamente se questa diminu-zione dell’amore fosse una conseguenza inevitabile del rigore dottrinale messo in opera per respingere l’eresia, oppure se i credenti di Efeso si erano lasciati trasportare da un intellettualismo perverso che soffocava l’agape.

    Alla chiesa di Smirne non vengono mosse critiche.

    La chiesa di Pergamo, lodata perché aveva tenuto testa ai poteri satanici uccisori di Antipa, martire della fede, è criticata perché ci sono, fra i suoi membri, alcuni che confessarono “la dottrina dei Nicolaiti” (2,15). Nel versetto precedente (2,15) questa dottrina è equiparata al suggerimento di Balaam ricordato in Num. 31,16. Questo profeta avrebbe promosso un commercio sessuale tra gli israeliti e le donne moabite, finendo per adorare la loro divinità che portava il nome di Baal-Peor (Num. 25,1-3).

    Il riferimento biblico citato contrasta con l’opinione altrimenti positivi che il libro dei Numeri ha di Balaam, ma illustra molto bene quale doveva essere la tendenza dell’eresia nicol aita: un indifferenza dualistica per tutto quello che fa il corpo, e una concentrazione dell’interesse religioso sulla sola vita dello spirito. Detto teoricamente suona bene, ricorda le esortazioni di Paolo ai Galati (cap. 5,vv 16-26, dove l’apostolo esorta i lettori a lasciarsi guidare dallo Spirito, e contrappone il frutto dello Spirito alle opere della carne). In pratica, le cose andavano diversamente, perché interessarsi soltanto della vita spirituali e disinteressarsi della vita e delle attività del corpo senza attribuir loro alcuna importanza, significava anche tollerare la prostituzione e le altre irregolarità sessuali (commesse solo con la carne, non con lo spirito!) e addirittura tollerare il sincretismo religioso, cioè la partecipazione a banchetti sacre e culti idolatrici (tanto era una partecipazione solo del corpo, e lo spirito non aderiva ai princìpi religiosi che ispiravano i riti). Forse questo rifiuto della “carne” implicava anche la negazione che Cristo si fosse realmente incarnato, e anche il rifiuto della sua morte sulla croce (lo spirito di Cristo si sarebbe allontanato dall’uomo morto sulla croce prima che spirasse) – quindi per loro una fede nel valore salvifico della croce era una fede mal posta.

    Il nome di Nicolaiti era spiegato dai padri della chiesa come se quella cor-rente di pensiero risalisse a Nicola, proselito di Antiochia, uno dei sette eletti dalla chiesa di Gerusalemme per aiutare gli apostoli nelle attività diaconale (At. 6,5). A quanto pare, essi erano ebrei della diaspora, meno rigidi sulle osservanze rituali degli ebrei palestinesi, e forse per questo il giudaismo li trattò più severamente di come trattò gli apostoli (At.8,1). Anche Paolo aveva molto in comune con loro, e in Cor. 8,4-8 teorizza la questione delle carni sacrificate agli idoli in un modo che fa pensare ai Nicolaiti. In realtà Paolo si esprimeva a quel modo perché aveva a cuore di sostenere l’unicità di Dio e l’inesistenza degli idoli (ICor. 8,6). Sul piano dei rapporti fraterni nella comunità. Paolo raccomandava invece di non mangiare quelle carni se ciò poteva essere motivo di scandalo per il qualchè fratello (I Cor. 8,9-13 e 10,23-33). Non ci sembra dunque corretto dire che qui Giovanni combatte con il cristianesimo paolino in nome della corrente giudeo-cristiana. L’accusa mossa alla chiesa di Pergamo è di avere dei Nicolaiti fra i suoi membri, cioè di non averli espulsi.

    La chiesa di Tiatiri è accusata di tollerare l’insegnamento eretico della “profetessa” Jezabel, “quella donna Jezabel che si dice profetessa” (2,20). Il frutto del suo insegnamento è lo stesso attribuito nella lettera precedente ai Nicolaiti: “perché commettono fornicazione e mangino cose sacrificate agli idoli” E’ molto probabile che anche in questo caso la parola “fornicazione” sia usata in senso religioso per alludere all’idolatria o al sincretismo. Che il problema della chiesa di Tiatiri sia quello dell’idolatria più che della morale, risulta anche al v. 24 che allude a quelli che conoscono “le profondità di Satana”.

    La chiesa di Sardi ha una vita spirituale fatta solo di apparenza: ha fama di essere vivente, e invece è morta. Ha delle opere, ma esse non sono “com-piute”, sono solo parziali. Forse era una chiesa composta di cristiani inco-stanti, che mettevano mano a tante cose senza portarne a termine nessuna, almeno agli occhi di Dio. Oppure che si contentavano della mediocrità.

    La lettera alla chiesa di Filadelfia è tutta positiva (come per quella di Smirne), senza rimproveri.

    Laodicea invece è una chiesa che pensa di essere spiritualmente ricca mentre non lo è affatto. Più che un rimprovero moralistico contro l’illusione della ricchezza come abbiamo detto – dobbiamo forse vedere qui l’illusione della superiorità spirituale dell’eresia rispetto all’evangelo dell’incarnazione e della croce. In questo quadro rientrano anche gli altri rimproveri, come quello di essere “tiepido” (allusione alla mancanza di certezza di convinzione e di gioia nell’evangelo, mancanza tipica degli spiriti sincretisti).

    Le chiese sono dunque trattate senza troppi riguardi. Ritorneremo su que-sto analisi nelle conclusioni.

     

  5. Gli eventi al ravvedimento

    L’invito al ravvedimento, che segue la denunzia del peccato, esige qualcosa di più di un semplice pentimento: si tratta di un cambiamento di vita (TILC), di una conversione (CEI,revisione 1997) di un cambiamento del modo di porsi di fronte all’esistenza e ai rapporti con il mondo. Dove non ci sono stati rimproveri, invece dell’esortazione al ravvedimento c’è quella alla perseveranza. L’Apocalisse è lo scritto biblico in cui si trova più spesso il verbo “ravvedersi” (12 volte). In Paolo e Giovanni non si trova mai; Marco 2 volte, in Matteo 5 volte, in Luca 9 volte, negli Atti degli Apostoli 5 volte.

    “Ricordati dunque donde sei caduto, e ravvediti!”, dice il Cristo alla chiesa di Efeso; “Ravvediti dunque!”, dice a quella di Pergamo; e a Laodicea: “Titti quelli che amo, io li riprendo e li castigo; abbi dunque zelo, e rav-vediti!”. Non molto diverso è l’appello rivolto alla chiesa di Sardi. Invece nella lettera alla chiesa di Tiatiri c’è un trattamento diverso per i credenti rimasti fedeli e per quelli che si sono lasciati attirare dall’eresia predicata da Jezabel. A questi ultimi

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