Venerdì, 26 Novembre 2010 00:00

Capitolo 5 - Il libro dai sette suggelli

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IL LIBRO DAI SETTE SUGGELLI

 

1Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. 2Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. 3Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. 4Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. 5Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. 6Davanti al trono vi era co-me un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. 7Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. 8I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:

Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!

9E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, 10i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo:

11«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono».

1E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. 4Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. 5Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
6Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai ve-gliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbo-lo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. 8E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. 9Cantavano un canto nuovo:

«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
10e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».

11Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12e dicevano a gran voce:

«L’Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».

13Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:

«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».

14E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

Con questi due capitoli inizia la parte propriamente apocalittica dell’ultimo libro del Nuovo testamento. I Capp. 4 e 5 sono l’inizio di una sezione che abbraccia anche i Capp. 6 e 7 nei quali vengono via via “aperti” i sette suggelli del libro che sta al centro dei capp. 4 e 5. Questi due capitoli sono la preparazione all’apertura dei sette suggelli.

 

  1. Il trono di Dio

    La sezione descritta sommariamente qui sopra inizia con la visione del trono di Dio. La visione è preceduta da un invito (fatto a Giovanni dalla stessa voce di 1,10) a salire verso il cielo ove sta il trono di Dio. Tra questo luogo e la terra si frappone una porta, che è aperta: l’immagine della porta suggerisce l’idea che la contemplazione del trono di Dio non è pubblica, ma è riservata a coloro che possono accedervi, che sono invitati a varcare quella porta. È uno spunto che darà luogo a sviluppi esoterici e mistici di vario genere. Se, com’è probabile, le “sette lettere” (parte parenetica dell’Apocalisse) sono state inserite tra il Cap. 1 e il cap. 4 al momento della stesura definitiva dell’Apocalisse, significa che il cap. 4 in origine era continuo al cap. 1 e forse formava tutt’uno con esso. I vv. 1 e 2 si riferiscono alla stessa voce e allo stesso “rapimento” di 1,10 (cfr. il com-mento di quel passo) che sono menzionati di nuovo qui all’inizio del cap. 4 appunto perché l’inserimento delle “sette lettere” ha spezzato l’unità iniziale del testo. La frase: “ti mostrerò le cose che debbono avvenire da ora innanzi” riprende 1,1 e segna un nuovo inizio, dopo i capitoli dedicati alle sette chiese.

    La visione del trono di Dio è chiaramente somigliante a quella di Ez. 1 che raccomandiamo di leggere e confrontare con il nostro cap. 4. Nonostante le molte differenze, c’è un medesimo ritegno, uno stesso riserbo che porta sia Ezechiele sia Giovanni a evitare di descrivere e persino di dire d’aver visto Dio seduto sul trono eterno (cfr. per questo ritegno, Es. 33,20 e Is. 6,5); per questo sia il profeta sia il veggente cercano di rendere l’impressione che Dio è luce (cfr. Sal. 104,1; I Tim. 6,16): più di tanto, l’essere umano mortale non è in grado di vedere né descrivere. Nonostante le somiglianze tra Ez. 1 e Ap. 4, Giovanni ha su questo punto una posizione spirituale più vicina a quella di Isaia: nel cap. 6 di questo profeta si respira lo stesso senso del sacro, la stessa riverenza di fronte alla maestà sovrana di Dio che nel cap. 4 dell’Apocalisse. È vero che Isaia dice “vide il Signore” (v.1). però le sole caratteristiche che è in grado di descrivere sono l’altezza del trono e i lembi del manto che riempivano il tempio. La maestà della figura di Dio viene a noi di riflesso. Attraverso l’adorazione dei serafini e il senso di indegnità di Isaia. Così Giovanni, con la descrizione del trono e degli atti d’omaggio di quanti stanno intorno a Dio, rende l’idea della maestà di Dio senza descriverlo.

    La scelta del trono come elemento significativo nella visione corrisponde all’importanza che anche l’Antico Testamento dà a questo simbolo: pen-siamo quante volte il trono di Dio è menzionato nei Salmi (per es. 9,4.7; 47,8; 93,2; 97,2 ecc.). Esso è collegato per lo più, alla nozione di sovranità di Dio, che dura in eterno e che si estende anche ai pagani o alla nozione del giudizio di Dio, che è compiuto con giustizia. Però nella nostra visione, assieme al trono di Dio (che evoca le nozioni di sovranità e di giustizia ora ricordate) è menzionato l’arcobaleno, simbolo della misericordia di Dio, cfr. Gen. 9,12-17.

     

  2. I ventiquattro anziani

    Intorno al trono di Dio stanno ventiquattro “anziani” e quattro “esseri vi-venti”. L’identificazione degli “anziani” è molto difficile: sono creature angeliche, una specie di “senato celeste” intorno a Dio? Quest’ ipotesi, poco sostenuta nell’antichità, raccoglie ora moltissimi consensi. Si può obiettare, però, che la corona non è mai un attributo degli angeli, mentre è promessa ripetutamente, nell’Apocalisse, a credenti fedeli. L’interpreta¬zione alternativa è dunque che si tratti non di angeli ma di esseri umani, di uomini glorificati: nella loro descrizione ci sono elementi tipici dei re e dei sacerdoti, cioè della vocazione a cui è chiamato tutto il popolo di Dio (cfr. 1,5; 5,10). Il loro numero è uguale alla somma dei dodici patriarchi e dei dodici apostoli, cioè dei capostipiti dei due grandi momenti del patto di Dio con gli esseri umani; ventiquattro è anche il numero degli scrittori dell’Antico Testamento, secondo calcoli del giudaismo dell’epoca (IV Esdra 14,44s.) confermati da Clemente alessandrino e da Girolamo (natu-ralmente, contando per uno il libro dei dodici profeti minori e come uno solo quelli “doppi”, cioè 1 per Samuele, 1 per Re, 1 Per Cronache, 1 per Esdra-Nehemia) PRIGENT si schiera per quest’interpretazione: Dio cir-condato dei testimoni dell’Antico Testamento (cfr. Ebr. 11) che lo cele-brano come creatore dell’universo, e salutano l’Agnello, nel cap. 5, con i titoli messianici correnti nell’Antico Testamento. Il termine “anziano” non è dunque usato nel senso di “vecchio” o “vegliardo”, meno ancora nel senso di “presbitero” o di membro del consiglio parrocchiale o concistoro. Un’altra possibilità è che possa avere il significato di “ambasciatore”: è noto che in greco i due termini sono molto simili e talvolta sono usati uno per l’altro, per es. nella lettera a Filemone (“Paolo, vecchio e adesso anche prigioniero di Gesù Cristo”, oppure “Paolo, ambasciatore e adesso anche prigioniero...”, vers.9). In questo caso non sarebbe ventiquattro vegliardi ma ventiquattro inviati di Dio, forse una rappresentanza di testimoni dell’evangelo che dopo il martirio hanno ricevuto la corona della gloria. Oltre alla corona, indossano vesti bianche, segno anch’esse di vittoria (cfr.3,5.11).

     

  3. I quattro esseri viventi

    Intorno al trono, ai suoi quattro lati, stanno quattro “esseri viventi”. Non si tratta di cariatidi che reggono il trono, come risulta chiaramente da 5,8. Anche nella visione inaugurale di Ezechiele compaiono quattro esseri vi-venti, e ognuno di essi ha quattro facce: una di uomo, una di leone, una di toro e una d’aquila (Ez. 1,10; cfr. anche i cherubini del cap. 10c spe-cialmente il v. 14).

    All’origine dell’immagine c’erano forse le costellazioni dello Zodiaco che ai quattro punti cardinali reggono le volte del cielo, secondo l’idea che gli antichi si facevano del cosmo. Per i quattro punti cardinali, identificati con i quattro venti del cielo, si può vedere il Sal. 104,4: “Fa dei venti i suoi messaggeri”: essi, cioè, sono al servizio di Dio.

    Nel contesto della visione dell’Apocalisse, accanto alle ventiquattro persone coronate e vestite di bianco che rappresentano il popolo di Dio o i suoi antichi testimoni o i suoi servitori migliori, e al mare di vetro che, come vedremo, rappresenta la natura inanimata: le bestie feroci, gli animali da allevamento, i volatili, la razza umana.

    Anche il particolare degli occhi, di cui quattro creature viventi sono piene all’intorno e di dietro, deriva da Ez. 10,12: “E tutto il corpo dei cherubini, il loro dorso, le loro mani, le loro ali [...] eran pieni d’occhi tutto attorno”. Il simbolismo è evidente: si tratta della capacità di vedere tutto, di vigilare e di provvedere. L’identificazione con i quattro evangelisti (IRENEO) non è raccomandata dal contesto.

     

  4. Il mare di cristallo

    Davanti al trono c’è “un mare di vetro limpido come cristallo” (TILC). Il Salmo 104, già citato al v. 3 che Dio costruisce la sua dimora sulla acque. Qui l’idea è la stessa: il mare di vetro ricorda le acque di Gen. 1 sulle quali si muoveva lo Spirito di Dio. Nel racconto della creazione Dio trionfa sul mitico oceano primigenio, che nel mito orientale della creazione faceva parte del caos. Il passaggio del Mar Rosso è un ripetersi di quella vittoria di Dio, storicizzata nella vicenda del popolo d’Israele. Anche al cap. 15 dell’Apocalisse i redenti, che hanno ottenuto la vittoria sulla bestia e sulla sua immagine, stanno in piedi sul mare di vetro, e non a caso cantano il cantico di Mosè, come a indicare che la loro vittoria è un nuovo Esodo. Il mare, questo nemico che torna continuamente davanti d Dio e ai suoi eletti, scomparirà solo alla fine (Ap. 21,1 “ e il mare non era più”) ma da-vanti al trono di Dio acquista una limpidità cristallina. La santità di Dio si stende anche al mare, lo priva della sua turbolenza, se ne impadronisce per farne l’ornamento e la via d’accesso al suo trono.

     

  5. Sette lampade accese

    Davanti al trono ci sono anche “sette lampade ardenti” il greco lampades può essere tradotto sia con “fiaccole” (TILC), sia con “lucerne”, o lampade a olio. Dobbiamo fare lo sforzo di non pensare immediatamente a lampade elettriche. Il simbolismo di queste sette luci è indicato al seguito del v. 5: si tratta dello spirito settemplice che è al servizio di Dio (cfr. il commento 1,4).

     

  6. “Santo, Santo, Santo è il Signore”

    Nel corso della descrizione dei quattro esseri viventi, Giovanni passa gra-dualmente dal modello di Ezechiele (cap. 10) al modello di Isaia (cap. 6): i suoi “esseri viventi” hanno sei ali come i serafini della visione inaugurale di Isaia e come quelli dicono:

    Santo, santo, santo è il Signore
    Il Dio dominatore universale
    (che era, che è e che viene).

    L’ultimo rigo dell’inno è fra parentesi perché non corrisponde a Is. 6,3, dove l’inno termina con le parole: “... tutta la terra è piena della sua glo-ria”. L’inno di Apoc.5 sopprime dunque l’ultimo rigo di Is. 6,3 perché esso descrive qualcosa che per il momento è reale solo in speranza: nella realtà dei fatti la terra non è piena della gloria dell’Eterno. L’imperatore romano pretende di imporre se stesso come Signore universale. Domiziano si faceva chiamare dominus et deus (Signore e Dio, greco Kirios e Theòs). A Smirne si coniavano monete che raffiguravano Domiziano padre degli dèi e sua moglie Domizia come madre. A Priene un’epigrafe celebrava Domiziano come l’augusto imperatore, il dio invincibile, il creatore delle città. A Laodicea un’altra epigrafi glorificava l’imperatore come Zeus (Giove) incarnato: “Al Sommo Zeus, il Salvatore, l’imperatore Domiziano”. Quando il figlioletto di Domiziano e Domizia, che era nato nel 73, morì all’età di dieci anni, il padre lo dichiarò dio e dichiarò Domizia madre di dio; fece coniare delle monete che le attribuivano gli emblemi di Dèmetra-Cibele, la dea madre, e recavano la scritta: Madre del divino Cesare”. Su un’altra moneta si vede il principio seduto sul globo celeste, con la scritta: “ Il divino Cesare, figlio dell’imperatore Domiziano”. Nell’anno 86 Domiziano comincia a farsi chiamare “Signore e Dio”. Questo progressivo sviluppo dell’auto-incensamento può spiegare in parte il sorgere dell’opposizione contro di lui.

    Ma non solo nel mondo la gloria del Signore è contestata, anche nelle chiese è offuscata dall’eresia dirompente o strisciante. Perciò le creature che circondano il trono di Dio non cantano: “Tutta la terra è piena della sua gloria”, ma aggiungono agli attributi di Dio la frase: “ che era, che è e che viene” (cfr. il commento a 1,8). Sarà appunto il suo venire che riempirà la terra della sua gloria: il venire di Dio, nell’Antico Testamento, è sempre un venire a salvezza e a liberazione per il suo popolo, e un venire in giudizio per gli oppressori, gli iniqui e quelli del suo popolo che non cammina secondo le sue vie. La fede in un Dio che non soltanto è ed era, ma che viene, è motivo di gioia e di fiducia. Perciò i ventiquattro anziani fanno eco al canto delle quattro creature viventi (vv. 9-11), lodando Dio per la potenza e la saggezza messe in opera al momento della creazione. Il riconoscimento di quella potenza e saggezza fa sorgere la lode nel cuore e sulle labbra di quelli che circondano Iddio e lo adorano. I ventiquattro anziani sono simboli di tutti gli eletti che offrono a Dio una lode e un culto simili a quello celeste di Ap. 4.

     

  7. Il libro dai sette suggelli

    Con i primi versetti del cap. 5 Giovanni a ispirarsi al modello di Ezechiele. Leggiamo infatti in Ez. 2,9-10: “Io guardai, ed ecco una mano stava tesa verso di me, la quale teneva il rotolo di un libro [...] Era scritto di dentro e di fuori e conteneva lamentazioni, gemiti e guai”. Anche qui però c’è l’influenza del libro di Isaia: infatti l’immagine del libro suggellato ricorda Is. 29,11:

    Tutte le visioni profetiche sono divenute per voi
    Come le parole d’uno scritto sigillato
    Che si desse a uno che sa leggere dicendogli:
          “Ti prego, leggi questo!”
          Il quale risponderebbe: non posso perché è sigillato.

    Dan. 9,24; 12,4.9 parlano a loro volta di un libro sigillato per esprimere il concetto della custodia, ma anche quello dell’inaridimento della profezia. Abbiamo parlato di questo nell’introduzione, a proposito delle caratteri-stiche formale dell’Apocalisse. Nel cap. 5 dell’Apocalisse, le due immagine si combinano. La profezia che era rimasta suggellata per tanto tempo è ri-vitalizzata da Dio: un angelo – strumento di Dio – cerca qualcuno che possa disuggellare il libro.

    Che aspetto aveva questo “libro”? È opportuno precisare che si trattava di “un libro a forma di rotolo” (TILC), come in Ez. 2,9s., che è il modello della nostra visione insieme a Is. 29,11. Il rotolo veniva legato con una fettuccia e a questa si apponeva un suggello o più d’uno, in modo che non si potesse sciogliere il nodo e svolgere il rotolo. Nel nostro caso i suggelli sono sette, e questo numero vuole indicare che il libro appariva perfetta-mente chiuso, impenetrabile.

    Studiosi dell’Antichità classica ci informano che gli atti pubblici (contratti di compravendita, transazioni legali ecc.) venivano redatti in originale sul materiale da scrittura in uso, poi venivano suggellati in modo che nessuno potesse modificare il testo, quindi i termini del contratto venivano riscritti sull’esterno del documento per memoria e per conoscenza di chiunque fosse interessato al suo contenuto; ma il testo che faceva fede era quello suggellato, che doveva essere aperto solo in caso di gravi contestazioni. Un esempio biblico si può leggere in Ger. 32,9-15. Chi descrive il rotolo di Ap. 5 in base a queste norme di procedura crede di trovarne la conferma in 5,1 dove è detto che il libro era “scritto di dentro e di fuori”. Però tutta questa spiegazione non calza al nostro passo, perché se il contenuto della parte interna del libro: il suo contenuto potrebbe già leggersi nella parte esterna. Il richiamo alla forma degli atti pubblici è dunque fuorviante.

    Non dobbiamo dimenticare il carattere apocalittico e visionario di tutto questo capitolo e di quelli successivi: “scritto di dentro e di fuori” non va preso come allusione dell’abbondanza del contenuto del rotolo (BIGUZ-ZO); i suggelli non sono sette perché così stabiliva la legge per il “testa-mento pretorio” dei romani, ma sono sette (numero simbolico!) per indi-care l’impenetrabilità, la perfezione della chiusura del rotolo.

    Un’altra idea fuorviante è che le visioni del cap. 6 e di 8,1 (i sette suggelli) descrivano il contenuto del libro (PENNA). Questo non è detto da nes-suna parte. Le visioni che Giovanni descrive man mano che l’agnello fa saltare i sette suggeli sono contemporanee alla loro apertura, sono persino, se si vuole, determinate dall’apertura dei suggelli, ma non è detto che ne esprimano il contenuto.

    Che cos’è dunque quel libro e che cosa contiene?

    Bisogna cominciare osservando la frequenza e l’importanza dell’immagine del libro nell’Apocalisse (CORSINI). Giovanni deve scrivere e mandare alle sette chiese un libro (1,11); in 10,2 un angelo forte gli reca dal cielo un libro – tutt’e due le volte esso significa un dono di rivelazione divina per gli esseri umani; spesso si trova l’espressione libro della vita (3,5; 13,8; 17,8; 20,15; 21,27). È dunque probabile che anche nel cap. 5 l’immagine del libro abbia un significato positivo (niente in comune, quindi, con il mitico “libro del destino”: la fede ebraico-cristiana crede in un Dio personale che dirige la storia del mondo e degli individui con la sua volontà misericordiosa e giusta, non in una fatalità impersonale). Questo conferma l’opinione che le visioni collegate ai suggelli non siano il contenuto del libro: semmai il libro dovrebbe contenere tutto il piano di Dio che in definitiva è un piano di salvezza e non solo di giudizio, quindi includere anche gli ultimi capitoli dell’Apocalisse.

    ORIGENE E VITTORINO (recentemente anche PRIGENT) vedono nel libro l’Antico Testamento che soltanto Cristo può veramente “aprire”, cioè darne la corretta interpretazione, perché è lui che ne è stato il compimento. L’idea è suggestiva, ma si urta al fatto che l’Apocalisse è tutta protesa verso l’avvenire che dà un senso al presente e dà la forza di sopportarlo. Vedremo più avanti che il punto centrale del cap. 5 è la capacità dell’agnello di ristabilire la comunicazione tra Dio e gli esseri imani mettendo fine all’incomunicabilità (= libro suggellato).

     

  8. Chi è degno di aprire il libro?

    Ivv. 2, con la domanda dell’angelo, e 3,4,5 con l’immobilità del creato, il pianto del profeta, le parole di conforto dell’ anziano hanno uno sviluppo drammatico molto efficace. Il libro chiuso è, per Giovanni, come un sim-bolo non solo del silenzio ma quasi della morte di Dio. Nella Bibbia, in più della metà dei passi in cui si piange si tratta di un lamento funebre. Di fronte al silenzio di Dio Giovanni piange disperatamente, perché è come se Dio fosse morto. E certamente è morto l’uomo, se non li vivifica la parola di Dio (cfr. Gv.1,4; 5,24; 8,51; IGv. 1,1).

     

  9. L’agnello

    Tutto il contenuto dei capp. 4 e 5 conduce all’apparizione del agnello. Agnello è una delle parole chiave dell’Apocalisse. La troviamo usata 29 volte, di cui 28 per Gesù. È un termine fondamentale non solo nei capp. 4-7, ma per la comprensione di tutta l’Apocalisse.

    In Ap. 5,5 l’Anziano consola Giovanni dicendogli che qualcuno è in grado di aprire il libro sigillato, e accenna alla sua identità con due titoli biblici, il “leone della tribù di Giuda” e il “germoglio di Davide”. Nel primo c’è l’eco di Gen. 49,9-10:

    Giuda è un giovane leone...
    Lo scettro non sarà rimosso da Giuda,
    né il bastone di comando di tra i suoi piedi.

    Il secondo ricorda la visione del germoglio d’Isai (o di Iesse) in Is. 11,1-10: “issato come vessillo dei popoli”, verso il quale “si volgeranno premurose le nazioni” (v.10). Sono dunque titoli e immagini che alludono a un messia glorioso.

    A questo tipo messianico corrispondono gli attributi menzionati in 5,6 sette corna e sette occhi. Sono attributi da prendere nel loro significato simbolico: il corno è simbolo di potenza. È moltiplicato per sette, cifra simbolica della perfezione divina. L’occhio è il simbolo dell’onniscienza in uguale misura (Zac. 4,10). L’agnello possiede dunque potenza divina e conoscenza divina. Dobbiamo, anche qui resistere alla tentazione di im-maginarci razionalmente questi particolari: ne verrebbe fuori una creatura mostruosa. Il v. 6 precisa che “i sette occhi” sono “i sette spiriti di Dio mandati per tutta la terra”: dunque Giovanni si esprime simbolicamente. Forse nel sottofondo dell’immagine c’è ancora l’idea mitologica che i pia-neti fossero gli occhi di Dio che vigilano sulla terra. Altrettanto simbolica è l’immagine dei corni. Questo non è un motivo sufficiente per identificare l’agnello dell’Apocalisse con la costellazione dell’ariete, che occupa la posizi

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