Venerdì, 04 Febbraio 2011 00:00

Capitolo 7 - Le sette trombe

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LE SETTE TROMBE

 

Il settimo sigillo

1Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. 2Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.

Le preghiere dei santi affrettano la venuta del grande giorno

3Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono. 4E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi. 5Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono scoppi di tuono, clamori, fulmini e scosse di terremoto.

Le prime quattro trombe

6I sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle.

7Appena il primo suonò la tromba, grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra fu arso, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò.

8Il secondo angelo suonò la tromba: come una gran montagna di fuoco fu scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, 9un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto.

10Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. 11La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare.

12Il quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente.

13Vidi poi e udii un’aquila che volava nell’alto del cielo e gridava a gran voce: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!».

 

La quinta tromba

1Il quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; 2egli aprì il pozzo dell’Abisso e salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l’atmosfera. 3Dal fumo uscirono cavallette che si sparsero sulla terra e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. 4E fu detto loro di non danneggiare né erba né arbusti né alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. 5Però non fu concesso loro di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo. 6In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte li fuggirà.

7Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. 8Avevano capelli, come capelli di donne, ma i loro denti erano come quelli dei leoni. 9Avevano il ventre simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. 10Avevano code come gli scorpioni, e aculei. Nelle loro code il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. 11Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore.

12Il primo «guai» è passato. Rimangono ancora due «guai» dopo queste cose.

La sesta tromba

13Il sesto angelo suonò la tromba. Allora udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. 14E diceva al sesto angelo che aveva la tromba: «Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufràte». 15Furono sciolti i quattro angeli pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno per sterminare un terzo dell’umanità. 16Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. 17Così mi apparvero i cavalli e i cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo. Le teste dei cavalli erano come le teste dei leoni e dalla loro bocca usciva fuoco, fumo e zolfo. 18Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che usciva dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. 19La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code; le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse nuociono.

20Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; 21non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie.

 

I capp. 8 e 9 dell’Apocalisse sviluppano il settenario delle trombe (ma la settima tromba rimane fuori, cfr. 11,15ss. Come anche il settimo suggello era fuori dei capp. 6-7).  Oltre alla serie delle trombe vi sono in questi due capitoli alcuni altri particolari che dovranno attirare la nostra attenzione.

 

  1. Il simbolo della tromba

    Molti sono i passi dell’AT. Che menzionano la tromba: ricordiamo la caduta di Gerico (Gios. 6), l’ascesa dei re al trono (I Re 1,34-39); II Re 9,13) e soprattutto la proclamazione che l’Eterno è re (Sal. 47,5ss; Sal. 98,6). Nell’ambito escatologico, la tromba è un segnale d’allarme per il giudizio e un invito al ravvedimento (Ger. 4,5-6.8; Gioele 2,1.15). Le trombe hanno una funzione simile a quest’ultima anche in alcune funzione liturgiche, per es. Num. 10,10 (“…ed esse vi faranno ricordare”) e Lev. 23,24 che parla di una commemorazione fatta a suon di tromba. Se in Zac. 9,14 il suono della tromba accompagna il ritorno degli esuli in Giudea a attesta la presenza dell’Eterno che li protegge, nel NT la tromba è il segno dell’adunamento degli eletti in Mt. 24,31; in I Cor. 1552 è il segno della risurrezione dei morti e in I Tess. 4,16 accompagna il ritorno del Signore e la risurrezione dei morti. Questi passi sono molto importanti per capire il significato delle trombe nell’Apocalisse.

    Se, come abbiamo già notato, alla fine della serie sei sette suggelli era prevista, in origine, la visione della venuta del Signore per il giudizio escatologico, era perfettamente normale aspettarsi che l’ultimo suggello fosse accompagnato dal suono di tromba, segnale della venuta del Signore. Le trombe sono sette e non una: questa moltiplicazione può essere nata da una riflessione sull’uso della tromba nell’AT. Lì essa serviva spesso da invito al ricordo, alla riflessione e al pentimento. Enumerando sette trombe, l’Apocalisse prolunga i tempi, sposta l’ora zero nel conto alla rovescia che conduce al momento del giudizio e della fine di questo mondo, per dare un’occasione di più agli esseri umani affinché si ravvedano prima che sia troppo tardi.

     

  2. Il silenzio dì mezz’ora e le preghiere dei santi

    Prima serie di trombe c’è un silenzio di mezz’ora, che interrompe le manifestazioni cosmiche dei primi sei suggelli. Non è una mezz’ora d’orologio, ma una mezz’ora apocalittica. Essa ci ricorda i tempi del libro di Daniele (“due tempi, un tempo e la metà d’un tempo”): mezz’ora è una mezza unità di misura, e potrebbe riferirsi alla settima parte dei tempi finali. Un intervallo analogo a un “mezzo tempo” di Daniele fa da intervallo prima della serie di sette trombe.

    Ci potrebbe anche essere un’allusione alle settanta settimane di Daniele: L’ultima di esse è suddivisa in due mezze settimane (Dan. 927) dalla profanazione del tempio che farà cessare il sacrificio e l’oblazione. Assumendo che la profanazione del tempio abbia un suo anticipo nella morte di Cristo (cfr. Mt.27,51), la mezz’ora di silenzio potrebbe alludere alla mezza settimana che passa (approssimativamente) tra la morte di Gesù e la resurrezione (CORSINI).

    Più probabilmente, abbiamo qui il silenzio di tutte le voci che sono state ricordate in precedenza: il grido degli uccisi (cfr. 6,10), le preghiere dei santi (5,8), il coro degli eletti (7,10) e quello degli angeli (7,12).

    Naturalmente si presenta la tentazione di dare a questo silenzio un’inter­pretazione teatrale o psicologica: Teatrale, nel senso di creare un momento suspense che accentui la tragicità del momento; psicologica, nel senso di chiamare a una “pausa di riflessione” (come quando cessa la propaganda elettorale 24 ore prima dell’inizio delle votazioni). Lo scopo del nostro passo invece è molto diverso: il silenzio di mezz’ora deve permettere alle preghiere dei santi di salire fino a Dio (8,4) portate, per cos’ dire, sull’on­da dell’incenso bruciato sull’altare dei profumi dall’angelo menzionato al v. 3. Le trombe non suonano finché le preghiere di tutti i credenti non raggiungono il trono di Dio (CAIRD). Preghiere ferventi sono normalmente abbinate all’attesa degli avvenimenti finali: in I Tess. 5, dopo il brano escatologico dell’inizio del capitolo, troviamo l’esortazione del v. 17: “Non cessate di pregare”. Lo stesso succede in Lc. 17 e 18: al brano apocalittico di Lc. 17,22-37 segue l’istruzione sulla preghiera perseverante di Lc. 18.1ss.

     

  3. Le prime quattro trombe

    Come i primi quattro suggelli erano descritti velocemente in 6,1-8, così ora le prime quattro trombe sono raggruppate brevemente nei vv. 8,7-12.

    La prima tromba dà la stura a una pioggia di fuoco, grandine e sangue. La seconda fa cadere una montagna ardente nel mare. La terza fa cadere la stella Assenzio sulle acque dolci. La quarta riduce di un terzo la luce del sole, della luna e delle stelle. È evidente l’analogia di queste sciagure con alcune delle piaghe che colpirono gli egiziani prima dell’esodo (Es. 7-10):

    7° piaga – “Mosè stese il suo bastone verso il cielo, e l’Eterno mandò tuoni e grandine, e del fuoco s’avventò sulla terra”.

    1° piaga – “Aaronne alzò il bastone […] e percosse le acque ch’erano nel fiume. E tutte le acque ch’erano nel fiume furono mutate in sangue”.

    10° piaga – “Mosè stese la mono verso il cielo, e ci fu tenebra fitta in tutto il paese d’Egitto per tre giorni”.

    La terza tromba invece ricorda alcuni passi profetici, come Is. 14,12. La somiglianza è puramente formale, perché lì la caduta della stella avviene per castigarla, non per castigare la terra, quindi il parallelo non aiuta a comprendere il nostro testo. Si possono citare anche Ger. 9,15 e 23,15:

    Ecco, io farò mangiare dell’assenzio a questo popolo,
    e gli farò bere dell’acqua avvelenata.

    I primi lettori dell’Apocalisse erano probabilmente in grado di captare queste allusioni che avevano preceduto l’uscita di Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè (l’esodo). Con queste allusioni, l’autore dell’Apocalisse voleva dire che le sciagure da lui descritte erano solo il preludio di una grande liberazione che Dio stava per compiere. Come scrive un commentatore moderno (CAIRD), ogni squillo delle trombe celesti dice al “Faraone del nuovo Egitto” da parte di Dio: “Lascia andare il mio popolo!”. E contemporaneamente dice ai cristiani: “Quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina” (Lc. 21,28).

     

  4. L’aquila che vola in mezzo al cielo

    L’apparizione di questo rapace (8,13) può sorprendere se non si pensa a Lc. 17,37. Anche lì, dopo una sezione apocalittica, sono menzionate le aquile, subito dopo c’è l’insegnamento sulla preghiera perseverante. Nel passo sinottico le aquile sono il segno del giudizio compiuto, della presenza dei cadaveri; qui invece l’aquila è il segno del giudizio che deve compiersi. Nelle tre ultime trombe dalle prime quattro: le ultime tre riguardano direttamente gli esseri umani, non solo l’ambiente intorno a loro. Proprio per il grido dell’aquila (“Guai, guai, guai…”) la quinta, la sesta e la settima tromba sono designate anche come tre “guai”.

    Fra i passi dell’AT che parlano dell’aquila il sole che possono dare un contributo all’interpretazione di Apoc. 8,13 sono quelli che accennano alla longevità del rapace (Sal. 103,5) e alla robustezza delle sue ali (Es. 19,4): è dunque un animale adatto a portare un messaggio importante che dev’essere proclamato a tutti gli esseri umani della terra (cfr. l’episodio di Baruc che affida a un’aquila un messaggio scritto per le nove tribù e mezza nascoste al di là dell’Eufrate, II Bar. 77,19ss cit. da PRIGENT).

     

  5. La quinta tromba, ossia il primo “guai!”

    Questo flagello si presenta a tutta prima come una nuvola di fumo che sale dall’abisso, cioè dal mondo sotterraneo, dal soggiorno dei morti (Sal. 71,20). Ma non è solo il simbolo della morte come opposizione a Dio in senso passivo: dal seguito della visione l’abisso risulta che la sede delle potenze che si oppongono a Dio in senso attivo e concreto. Infatti, ad un più attento esame, il veggente vede nel fumo le cavallette e descrive l’invasione di questi insetti in termini simili a quelli del libro di Gioele, ma con immagini ancora più sviluppate.

    Questi insetti escatologici non mettono gli esseri umani in difficoltà solo con la distruzione della vegetazione e quindi con la carestia che seguiva le invasioni delle cavallette normali: qui gli esseri umani sono direttamente colpiti (9,10). La provenienza delle locuste (dal pozzo dell’abisso) non è un elemento secondario: esse sono effettivamente una manifestazione demoniaca. Non dobbiamo affannarci a trovare una documentazione zoologica delle loro caratteristiche! Il v. 11 afferma esplicitamente la loro natura mitica, quando dice che esse hanno un re (contrariamente alle locuste naturali, secondo Prov. 30,27) e che questo re è “il distruttore”, l’avversario di Dio, il Satana.

    Anche in questo caso preferiamo rinunciare a identificazione concrete (i Padri della Chiesa vedevano nelle cavallette gli eretici che sconvolgevano la chiesa, un commentatore moderno le ha identificate con il dilagare delle malattie veneree. Di questo passo si potrebbe proporre molte altri ipotesi). Siamo di fronte a una non meglio precisata forma di contrasto del dominio di Dio da parte delle potenze infernali.

     

  6. La sesta tromba, ossia il secondo “guai!”

    Se nella quinta tromba si parlava, all’inizio, di fumo e poi risultava trattarsi di un’invasione di cavallette, nella sesta si parla all’inizio di quattro angeli legati presso il fiume Eufrate – ma subito dopo (v.16) gli angeli sono sostituiti da duecento milioni di cavalleggieri: un numero incalcolabile per l’essere umano, tanto che Giovanni deve essere informato direttamente. PRIGENT cita qualcosa di simili nel libro di Enoc, dove si legge, al cap. 56, che gli angeli del castigo suscitano un’invasione di parti e di medi che conquistano la terra d’Israele. Ma le dimensioni della descrizione impediscono di identificare i cavalleggeri con un fatto storico, e inducono piuttosto a pensare anche in questo caso a un’impresa demoniaca, anche se qualche evento storico può aver fornito elementi per iniziare la descrizione. È per la sua natura demoniaca che l’invasione è presentata con caratteristiche allucinanti.

    Di fronte a questo testo dobbiamo stare attenti (come del resto già nella visione precedente) a non allegorizzare i particolari dando a ciascuno di essi un significato nell’insieme della predicazione di Giovanni. Il senso globale di questa visione è indicato nei vv. 9,20-21: si tratta di flagelli che hanno un significato pedagogico, che dovrebbe indurre gli esseri umani a convertirsi. Ma la conclusione del capitolo è negativa: “Non si ravvidero […], non si ravvidero…”. Questa non è tanto una deplorazione quanto una costatazione della distanza che separa il campo di Dio e quello di Satana: distanza invalicabile, senza l’intervento liberatore di Cristo (PRIGENT).

     

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