Martedì, 15 Marzo 2011 00:00

Capitolo 8 - La vocazione profetica dei testimoni

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LA VOCAZIONE PROFETICA DEI TESTIMONI

 

Imminenza del castigo finale

1Vidi poi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube, la fronte cinta di un arcobaleno; aveva la faccia come il sole e le gambe come colonne di fuoco. 2Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, 3gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire la loro voce. 4Dopochè i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere quando udii una voce dal cielo che mi disse: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo».

5Allora l'angelo che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo 6e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli; che ha creato cielo, terra, mare, e quanto è in essi: «Non vi sarà più indugio! 7Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio come egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti».

8Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Và, prendi il libro aperto dalla mano dell'angelo che sta ritto sul mare e sulla terra». 9Allora mi avvicinai all'angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». 10Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza. 11Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re».

 

I due testimoni

1Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Alzati e misura il santuario di Dio e l'altare e il numero di quelli che vi stanno adorando. 2Ma l'atrio che è fuori del santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. 3Ma farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni». 4Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra. 5Se qualcuno pensasse di far loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di far loro del male. 6Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiar l'acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli tutte le volte che lo vorranno. 7E quando poi avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall'Abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. 8I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso. 9Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permetteranno che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. 10Gli abitanti della terra faranno festa su di loro, si rallegreranno e si scambieranno doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra.

11Ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. 12Allora udirono un grido possente dal cielo: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici. 13In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti presi da terrore davano gloria al Dio del cielo.

14Così passò il secondo «guai»; ed ecco viene subito il terzo «guai».

 

Abbiamo già osservato che le sette trombe volevano essere un rinvio del giudizio atteso alla fine dell’apertura dei sette suggelli – rinvio che doveva dare all’umanità un’occasione di più, una possibilità ulteriore di ravvedimento e di conversione. La conclusione negativa del cap. 9 sembrerebbe indicare la vanità di una tale speranza: non c’è niente da fare… Il giudizio e la fine possono dunque venire, e nessuno potrà obiettare o criticare! Ma se questa è la logica umana, non è quella divina: alla durezza di cuore degli esseri umani Dio non risponde con il giudizio, ma l’insistenza nella predicazione e nella testimonianza. Questo è il tema generale dei capp. 10 e 11.

Questa testimonianza in extremis si serve di una figura caratteristica dell’attesa escatologica giudaica: quella del Profeta degli ultimi tempi.

In Gv. 1,21 sacerdoti e leviti inviati da Gerusalemme chiedono a Giovanni Battista: “Sei tu il profeta?”. La domanda non è: “ sei un profeta – o: uno dei profeti?”, ma il profeta, cioè quel profeta escatologico che doveva precedere Dio stesso quando verrebbe per giudicare il mondo e stabilire il suo regno.

La stessa attesa sta dietro alle opinioni riferite dai discepoli a Gesù in Mt. 16,13-16; Mc. 8,27s. e Lc. 9,18-20, anche se la speranza nella venuta del profeta escatologico è travisata e confusa con l’attesa generica di uno dei profeti. C’era anche chi pensava che questo profeta degli ultimi tempi potesse essere Mosè redivivo, oppure Enoc o Elia che tornava sulla terra come araldi del messia (Enoc e Elia sono i due personaggi che nell’AT sono “rapiti” invece di morire come gli altri uomini).

 

  1. L’angelo dell’eterno

    Il primo brano di questi due capitoli è la visione dell’angelo dell’Eterno. Questo angelo presenta alcuni attributi tipici delle apparizioni divine: è avvolto da una nuvola (cfr. Es. 13,21), ha un arcobaleno intorno al capo come aureola (particolare che ci ricorda la visione del Signore in 4,3), il suo volto risplende come il sole (come 1,16 dice dell’apparizione di Cristo). L’angelo del Signore è dunque per Giovanni una figura in cui Dio stesso si avvicina agli esseri umani, senza peraltro che gli giunga a identificalo con il Cristo risorto come fece nel III secolo VITTORINO di Pettau. Sappiamo che nell’AT l’angelo del Signore è spesso lo strumento dell’avvicinarsi di Dio ai suoi eletti, e della sua protezione per il suo popolo; e sappiamo pure che spesso, nell’AT, non è facile distinguere l’angelo del Signore da Dio stesso (Cfr. Gen. 16,7ss.; 21,17ss.; 22,11ss. 31,11ss; Es. 3,2ss.; Giud. 2,1ss.).

    Come interviene l’angelo dell’Eterno?

    Anzitutto, grida in modo da ricordare il ruggito del leone. In Gioele 3,16 il ruggito del leone è un annunzio apocalittico (i cieli e la terra ne saranno scossi). In Amos 1,2 e 3,8 è una metafora per dire: L’Eterno parla. Qui nell’Apocalisse è tutt’e due le cose insieme.

    Al ruggito fanno eco sette tuoni: il numero sette non vale tanto come indicazione di quantità quanto come segno della perfezione o della natura divina di quella voce che nella sua potenza e pienezza riempie il creato intero. Dio stesso sottolinea autorevolmente l’intervento del suo messaggio (“angelo”). Un’analogia importante si trova in GV. 12,28s. dove un tuono (secondo l’impressione della folla) e una parola di Dio coincidono. Anche il Sal. 29 identifica la voce di Dio con il tuono. Qui nel nostro passo Dio conferma con la voce del tuono (i sette tuoni) che veramente il giudizio è imminente.

    L’angelo stesso interviene nuovamente (vv. 5ss.) con un “giuramento”, cioè con una dichiarazione solenne, di cui implicitamente Dio stesso dovrebbe essere il garante, per assicurare che la fine è irrevocabilmente stabilita, e che non vi sarà più indugio.

    Ma quando Giovanni si accingi a scrivere questo messaggio per farlo noto ai suoi fratelli (v.4a), questo gli viene impedito: questo annunzio deve chiuderlo dentro di sé, deve tenerlo nascosto (v. 4b). Perché mai?

    Qualcuno ha suggerito di vedere in questo divieto un’allusione al modo di composizione dell’Apocalisse: invece di scrivere dettagliatamente ciò che “ i sette tuoni” gli hanno detto, Giovanni deve assimilare il messaggio contenuto nel piccolo libro che sta per apparirgli e ripeterlo come proprio – cosa che fa nel racconto delle visioni che seguono fino a 11,13 (cioè prima della settima tromba). Ma questo suggerimento contiene troppe ipotesi che non possono essere verificate.

    La risposta al perché del divieto di scrivere il messaggio dell’angelo viene invece dalle due azioni simboliche ordinate a Giovanni (10,8-9 e 11,1-2); egli deve tenere dentro di sè, almeno per il momento, l’annunzio che non ci sarà più indugio, perché invece c’è ancora uno spazio di grazia. In questo tempo gli esseri umani avranno ancora l’opportunità di sentire una predicazione, un appello profetico.

     

  2. Il libriccino da divorare e il tempio da misurare

    Con queste due immagine viene confermata o rinnovata a Giovanni (e attraverso di lui alla comunità credente) la vocazione profetica.

    La prima azione simbolica è simile a quella narrata in Ezechiele 2,8 e 3,1-3. Si tratta di prendere e divorare il libriccino che l’angelo del Signore teneva in mano al momento della sua apparizione (10,2). Per Baukham si tratta del rotolo del cap. 5 (è logico che ora sia aperto) che perviene a Giovanni secondo la trafila di 1,1: Dio →Cristo (Agnello) → angelo → Giovanni. Ma il rotolo del cap. 5 era suggellato con sette suggelli e solo l’agnello aveva il potere di aprirlo. Quello del nostro passo invece è già aperto, sta in mano dell’angelo (non a Dio, come quello del cap. 5) e Giovanni ha l’ordine – dunque la possibilità – di divorarlo, cioè di assimilarne la sostanza.

    Le somiglianze tra le due scene rendono ancora più significative le differenze, e due le abbiamo già ricordate: il primo libro è sigillato, il secondo aperto. Il primo non può essere letto da nessuno, il secondo Dèessere mangiato (cioè assimilato) da Giovanni. È logico che a questo punto la scena si sviluppi in modo diverso dal cap. 5: là Giovanni si disperava, qui invece mangia il libriccino e, come l’angelo gli aveva anticipato, lo trova dolce al palato ma amaro alle viscere. Alla dolcezza iniziale subentra, in profondo, una sensazione d’amarezza. (v.10)

    Queste sensazioni contrastanti potrebbero esprimere la realtà contraddittoria dell’esperienza profetica, la dolcezza e l’amarezza connaturate con il ministero di chi è portavoce o interprete di Dio fra gli esseri umani. Oppure si riferiscono ai due messaggi di cui Giovanni deve farsi latore allo stesso tempo: da un lato che il giudizio è imminente (amarezza), dall’altro che Dio fa ancora risuonare il suo appello pieno di grazia (dolcezza). È vero che questa doppia tematica non è affidata esplicitamente a Giovanni (cfr. v. 11), ma è implicita nei versetti che precedono e che seguono: il ruggito dell’angelo e i sette tuoni evocano l’annunzio del giudizio, e l’ordine di sigillare quel messaggio (cioè di soprassedere a quell’annunzio) è una grazia che dà agli esseri umani ancora un’opportunità per ravvedersi; la predicazione dei due testimoni (cap. 11) sarà un ulteriore invito in questo senso. “Dio non vuole la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva” (Ez. 18,32 e 33,11). Perciò l’annunzio del giudizio è sempre accompagnato, anzi preceduto, dall’offerta della grazia: questo è il “mistero di Dio (v. 7), che egli ha annunziato (evanghelìse, in greco) ai suoi servi i profeti. Il fondamento ultimo del piano di Dio e della missione che egli affida ai suoi predicatori è costituito dall’evangelo, dalla sua volontà di salvezza per gli esseri umani.

    Anche la seconda azione simbolica (11,1-2) è suggerita dal libro di Ezechiele: si tratta di misurare il tempio di Dio. L’immagine della misura può avere diversi significati: in Ez. 40 e seguenti è un modo per descrivere l’aspetto di una realtà ancora futura: in Amos 7,7 e in Is. 34,11 annunzia rovina e distruzione; in Zac. 1,16 e 2,1-2 al contrario significa protezione divina. Qui sembra più adatto l’ultimo di questi simbolismi.

    Se l’Apocalisse, come pare, è stata composta dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, la menzione del tempio è anch’essa simbolica: il Tempio di Dio è la sua comunità, cioè la vivente assemblea di cui i singoli credenti sono le pietre (I Cor. 3,16; Ef. 2,21; I Pie. 2,5). Alla comunità e ai credenti di Dio promette la sua assistenza, chiaramente nel senso indicato per Ap. 7,3 e poi precisato in 11,3-7: non risparmiare loro le prove, ma consentire che svolgano la loro missione di testimonianza. Quest’assistenza divina è promessa dal Signore alla sua comunità, cioè ai credenti che rendono testimonianza, mentre tutto lo spazio intorno, la città e persino il sagrato (cortile) sono abbandonati alla distruzione. Del resto, i credenti stessi rimangono esteriormente vulnerabili (cfr. 11,7-8): una garanzia che fosse anche esteriore, materiale, li escluderebbe dalla via della croce. Ma noi sappiamo che, secondo l’Apocalisse, la croce non è risparmiata al popolo di Dio.

    Le due azione simboliche alludono dunque a un attimo di pausa, di respiro prima della settima tromba (cioè, a viste umane, prima della fine) concesso da Dio perché si possa ancora predicare (10,11) e gli esseri umani possano ancora ravvedersi e convertirsi. Ciò risulta ancora più chiaramente dai vv. 3ss. Che parlano dei due testimoni.

     

  3. I due testimoni

    I vv. 3ss. Del cap. 11 ci presentano i due testimoni e la loro missione profetica. L’apocalittica giudaica conosceva la figura di un profeta degli ultimi tempi che doveva predicare prima della venuta finale del Signore. I due testimoni dell’Apocalisse non si distinguono da quella figura, anche se portano il nome di “testimoni”: infatti al v. 3 la loro missione è descritta col verbo “profetizzare” e al v. 10 sono chiamati esplicitamente “questi due profeti”. Il loro ministero ha caratteristiche simili a quello di Elia (v. 6: cfr. I Re 17,1 ripreso nel NT in Lc. 4,25 e Giac. 5,17) e quello di Mosè (ancora v. 6: Es. 7,17).

    Il cap. 11 ci mette davanti a un difficile problema: come mai l’ordine di profetizzare è rivolto a Giovanni in 10,11 quando poi nel cap. 11 non è Giovanni ma sono questi misteriosi due testimoni a eseguirlo?

    Una prima soluzione a questo problema è quella di pensare che l’ordine di 10,11 in realtà sia rivolto non a Giovanni ma alla figura del Profeta escatologico (che poi compare, sdoppiata in due, al cap. 11). Matteo 16,14 suggerisce un’identificazione del profeta escatologico con Elia redivivo o Geremia redivivo; le immagini del libro divorato e della canna da misurare sembrano suggerire un Ezechiele redivivo o un nuovo Ezechiele. Il raddoppio della figura del profeta potrebbe essere stato suggerito da Deut. 19,15 (“un solo testimone non sarà sufficiente contro ad alcuno)”.

    Prima di indicare una seconda soluzione, soffermiamoci sul testo dei due testimoni:

    • sono vestiti di “sacco” (cfr. il commento a 6,12), e questo sta indicare che predicano un ravvedimento, la penitenza (cfr. Giona 3,6-9 e altri passi analoghi);
    • sono identificati con due ulivi e i due candelabri di Zac. 4,2-3. 12.14 dove allude Zorobabele (il capo politico) e a Giosuè (capo religioso): le loro funzioni carismatiche sono assente dai due testimoni. Gli ulivi, che forniscono l’olio, alludono simbolicamente all’unzione dello Spirito Santo. I candelabri descrivono la missione dei due testimoni come missione profetica (portatori della luce della Parola. Il testo di Zaccaria aveva un candelabro solo, ma qui l’esigenza di identificare i due testimoni per mezzo di quel testo profetico porta Giovanni a raddoppiare il candelabro).
    • Il fuoco che esce dalla loro bocca è segno della potenza della predicazione, cfr. Ger. 5,14;
    • della possibilità di chiudere il cielo e di trasformare l’acqua in sangue abbiamo già parlato sopra;
    • per disfarsi dei due predicatori, il mondo ha bisogno di aiuto esterno, della “bestia che sale dell’abisso” – una figura di cui l’Apocalisse non ha ancora parlato, ma che suppone conosciuta da suoi lettori, perché ne parla con l’articolo determinativo. La ritroveremo in 13, 1 e 17,8;
    • l’eliminazione dei due testimoni, però, non avviene se non quando hanno terminato la loro missione: cfr. Mt. 24,14; Ger. 1,12.

     

  4. La sorte dei due testimoni e il suo messaggio

    Finita la predicazione dei due testimoni, essi sono uccisi (v.7). Il mondo, per liberarsi di loro, ha bisogno dell’aiuto esterno della “bestia che sale dell’abisso”. I loro cadaveri rimangono insepolti sulla piazza principale della grande città chiamata simbolicamente Sodoma e Egitto, dove il loro Signore fu crocifisso. Alcuni commentatori identificano questa città con Roma, perché nei capp. 16,17 e 18 “la grande città” è usato proprio per Babilonia-Roma, chiamata anche “ Babilonia la grande”. Ma la precisazione; “dove il loro Signore fu crocifisso” obbliga a pensare Gerusalemme – oppure a rinunziare a un’identificazione spirituale: chi crocifigge il Signore e uccide i suoi profeti è il mondo, quel mondo simboleggiato dal cortile esterno del tempio in 11,2.

    L’esposizione dei cadaveri non è necessariamente un oltraggio ai due testimoni: può essere una premessa per la loro risurrezione (come le ossa secche di Ezechiele 37, che non erano in una tomba), oppure un modo per costringere i popoli e le nazioni a costatare che i due testimoni sono veramente morti e quindi che la loro sarà una vera risurrezione.

    La morte dei due fedeli testimoni, pubblicamente certificata, è sconcertante, ma è in linea con tutto il messaggio dell’Apocalisse, comprese le sette lettere: la fedeltà a Dio non è mai garanzia di incolumità fisica.

     

  5. La Risurrezione

    La risurrezione dei due testimoni, a questo punto, sembra contraddire la conclusione del paragrafo d) e fa un po’ l’effetto del “lieto fine” di un racconto. In realtà, il suo significato è più profondo.

    Anzitutto essa sta a significare il carattere precario della vittoria della bestia, accennato anche dai tre giorni e mezzo durante i quali sono esposti i loro cadaveri. Le potenze avverse, persino l’alleanza del mondo e delle potenze sataniche (dell’abisso), non possono far tacere per sempre la voce della predicazione. Anche quando esse imperversano, Dio mantiene il controllo della situazione.

    In secondo luogo, la risurrezione dei due testimoni è un annunzio del risurrezione dei santi (cioè di coloro che appartengono al Signore). Anche Paolo la collega con lo squillo dell’ultima tromba (cfr. I Cor. 15,52 e I Tess. 4,16). Se la settima tromba doveva essere il segno d’inizio del giudizio finale e del regno di Dio, la risurrezione dei due testimoni ne è un’anticipazione.

    Osserviamo ancora una curiosità: il passo sui due testimoni ha i verbi al futuro fino al v. 10, e poi i verbi al passato per descrivere la loro risurrezione (vv.11-13). Questa alternanza deriva dall’esempio dei libri profetici dell’AT: lì può capitare che i profeti parlino di avvenimenti futuri con i verbi al passato perché essi parlano con la certezza di fede che il futuro appartiene a Dio ed è diretto da lui. In questa certezza, essi vedono, talvolta, gli avvenimenti futuri come se fossero già compiuti, e così li descrivono.

     

  6. Conclusione sui capitoli 10 e 11,1-14

    I capitoli 10 e 11 dell’Apocalisse sono molto importanti perché ci permettono di avvicinarsi al senso che Giovanni aveva della sua vocazione. Più che l’annunzio del giudizio, questi due capitoli sviluppano il concetto della grazia, della pazienza di Dio, della possibilità che egli dà agli esseri umani di ravvedersi, di cambiare mentalità.

    In secondo luogo, vediamo che il cap. 10 si serve di un’immagine presa dal libro di Ezechiele (un profeta), mentre il cap. 11 adopera i termini di “profeti” (v.10), “profezia” (v.6) e “profetare” (v.3) per descrivere il ministero dei due testimoni. In altri passi Giovanni usa di nuovo il termine “profezia” per definire il suo libro (1,3; 22,7.19), e il verbo “profetare” per descrivere la sua vocazione o missione (10,11): questo vuol dire che egli considera la sua attività come appartenente allo stesso genere di quella dei due testimoni. Nella loro figura, egli esemplifica quella profezia cristiana di cui si considera un rappresentante.

    I capp. 10 -11 sono dunque un intermezzo destinato a far riflettere i lettori sul fatto che l’Apocalisse di Giovanni è diversa da tante altre “apocalissi” correnti nel giudaismo dell’epoca: Giovanni sente la sua vocazione come profetica. Vuol far risuonare l’appello di Dio più che scandire le ore degli avvenimenti finali.

     

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