Venerdì, 18 Marzo 2011 00:00

Capitolo 10 - La donna, il bambino e il drago

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LA DONNA, IL BAMBINO E IL DRAGO

 

Visione della donna e del drago

1Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. 10Allora udii una gran voce nel cielo che diceva:

«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
poiché è stato precipitato
l’accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
11Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell’Agnello
e grazie alla testimonianza del loro martirio;
poiché hanno disprezzato la vita
fino a morire.
12Esultate, dunque, o cieli,
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perché il diavolo è precipitato sopra di voi
pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo».

13Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. 15Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.

17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.

18E si fermò sulla spiaggia del mare.

 

Con i capp. 12 ,13 e 17 l’autore dell’Apocalisse tocca i rapporti fra i testimoni di Cristo (cioè la comunità fedele al Signore e al mandato della testimonianza) e il potere che cerca di ostacolare in tutti i modi la realizzazione di quel mandato. In particolare, il primo di questi tre capitoli vuol mostrare come si è giunti alla persecuzione da parte dell’Impero romano. È necessario non perdere di vista quest’intenzione, altrimenti si corre il rischio di mettere al centro uno dei tanti temi secondari.

La struttura del cap. 12 comprende i punti seguenti:

  • vv. 1-4:la donna incinta e il drago

  • vv. 5-6:la nascita del bambino

  • vv. 7-9:il drago è sconfitto e gettato sulla terra

  • vv. 13-18: la fuga della donna

  • vv. 10-12: è inserito un inno.

Quali sono i punti di questo schema sui quali insiste l’autore dell’Apocalisse? Mi sembra che siano due (naturalmente guardando il cap. 12 alla luce del contenuto complessivo dell’Apocalisse): uno è che il drago viene sconfitto e scaraventato sulla terra (v.9). L’altro: sulla terra, visto che al donna gli è fuggita, si dedica a far guerra alla progenie rimanente di essa (v.17). In questo modo, Giovanni realizza quella che abbiamo chiamato la sua intenzione nel proporre questo capitolo.

Conviene cercare di capire il cap. 12 partendo proprio da questo ultimo punto. “Il rimanente della progenie di essa” sono i cristiani perseguitati all’epoca di composizione dell’Apocalisse. È da questa prospettiva che possiamo domandarci che cosa vogliono dire gli altri personaggi del cap. 12.

 

  1. Le interpretazioni della donna vestita di sole
    1. L’interpretazione mariologica

      Quest’interpretazione era molto diffusa a livello popolare, ma tende ad essere abbandonata: si veda la nota della vecchia edizione della Bibbia delle Paoline (edizione 1958) che la proponeva diffusamente, mentre la nuova edizione (i982) dice: “La donna partoriente, simbolo della chiesa che genera i suoi figli nella tribolazione e nella persecuzione, pur nello splendore della sua bellezza sovrumana” (più avanti la nota aggiunge che questo segno “fu applicato anche a Maria”). La Bibbia della CEI (1977) nota “la donna è la chiesa personificata […], o Maria Madre di Gesù Messia”. Qui l’abbandono dell’identificazione tradizionale è più esitante. Ma già nel 1957 uno studioso italiano, esaminando 89 commentatori post-tridentini dell’Apocalisse, tutti cattolici, ne trovò soltanto due che identificavano direttamente la donna con Maria.

      L’obbiezione più seria a identificare la donna con Maria, e la nascita del bambino con la nascita di Gesù, è la conclusione del v. 5, che finirebbe per suggerire l’idea che “Gesù” sia rapito in cielo per sottrarlo alle minacce del drago (Satana), idea che non corrisponde alla presentazione primitiva di Gesù e della sua missione. Ma anche tutto l’insieme della descrizione della donna, con le numerose allusioni bibliche, punta in altra direzione.

    2. L’interpretazione mitologica

      Spesso ha fatto sensazione la somiglianza fra questo capitolo e i racconti mitologici di vari popoli dell’antichità. Così i greci raccontano di Pitone, mostro marini, che deve essere ucciso dal bambino che Latona sta per partorire a Zeus. Per evitare la morte, Pitone cerca di uccidere Latona che si rifugia presso Poseidone sull’isola Ortigia e sfugge alle ricerche di Pitone. Il bambino nasce: è Apollo. Pochi giorni dopo la nascita è già in grado di uccidere il drago.

      Anche a Babilonia si raccontava di Tiamat, il mostro dell’abisso, ucciso dal giovane Marduk, mentre in Egitto si trova il mito di Iside, moglie di Osiride, e del drago Tifone. Tifone uccide Osiride e perseguita Iside che è in cinta. Iside riesce a sfuggirgli e a partorire Horus che vince il drago. Questo è imprigionato e poi distrutto dal fuoco.

      Naturalmente ci sono somiglianze ma anche grosse differenze su punti importanti: più che aver conosciuto questi miti, Giovanni potrebbe averne conosciuto un adattamento già avvenuto prima, nel quale il giovane eroe veniva identificato col messia e la donna con la comunità d’Israele o con la personificazione di Sion.

      Più che le eventuali somiglianze, che hanno poco da dirci come messaggio profetico, dobbiamo essere attenti a cogliere le differenze del passo di Apoc. 12 da quelle leggende pagane: sono le differenze, infatti, che ci per mettono di capire l’elemento specifico del nostro testo e quindi di ricevere il suo messaggio. L’ostilità di Giovanni per il mito in quanto mito pagano doveva essere ancora accresciuta per l’uso politico del mito che veniva fatto al suo tempo. Infatti, al tempo dell’Apocalisse, il ruolo di Apollo (o qualunque fosse il nome dato al giovane dio-eroe) era stato appropriato dall’imperatore romano. Basti pensare alle monete che raffiguravano l’imperatore con una corona a raggiera sul suo capo; oppure all’uso sempre più radicato degli imperatori di farsi passare per figli di una divinità, la dea Roma, e poi, pian piano, di imporre la fede nella divinizzazione degli imperatori dopo la loro morte e poi anche durante la loro vita e il loro mandato imperiale. Spostare l’interesse verso la figura del messia significava contestare la validità della pretesa imperiale di farsi passare per il dio-eroe, salvatore del mondo.

    3. Il sottofondo biblico

      Nell’AT è frequente la descrizione della misericordia di Dio per Israele con immagini che fanno di Israele la sposa: sposa che è stata anche infelice, ma che il Signore ha continuato ad amare, fino a condurla al ravvedimento, al cambiamento di vita, al rinnovamento del patto d’amore e di fedeltà.

      Ricordiamo Ez. 16,1-8: “Tuo padre era un Amoreo, tua madre una Hittea […] il giorno che nascesti […] nessuno ebbe sguardo di pietà per te […] E io passai accanto, vidi che ti dibattevi nel sangue, e ti dissi : Vivi […] Io ti farò moltiplicare per miriadi, come il germe dei campi. E tu ti sviluppasti, crescesti, giungesti al colmo della bellezza. Io fermai un patto con te, dice il Signore, l’Eterno, e tu fosti mia”.

      Osea 2, dopo aver menzionato le infedeltà della donna, prosegue: “Io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore […] Ella mi risponderà come ai giorni della sua giovinezza, come ai giorni che uscì fuori dal paese d’Egitto […] E io ti fidanzerò a me per l’eternità, ti fidanzerò a me in giustizia, in equità, in benignità e compassione. Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai l’Eterno” (vv. 14,15b. 19.20). Simile è il passo di Ger. 3,6-10, mentre quello di Is. 54,1-8 si rivolge a Israele come donna sterile che avrà una progenie numerosa e potente, come vedova e ripudiata che trova un salvatore, un redentore: “ Con un amore eterno avrò pietà di te, dice l’Eterno, il tuo redentore”.

      Spesso anche Sion/Gerusalemme è identificata con la comunità del Signore e personificata come se fosse una fanciulla e una donna: Sion ode la voce del Signore e se ne rallegra (Sal. 97,8); soffre (Is. 51,17-23), può essere salvata (Is. 46,13): il tempo della sua schiavitù è compiuto, il debito della sua iniquità è pagato (Is. 40,1s.) A lei può essere rivolto l’invito di Is. 60,1 “Sorgi, risplendi, perché la tua luce è giunta”.

    4. L’interpretazione comunitaria.

      Alla luce di questi paralleli, è verosimile che Giovanni possa aver voluto attirare l’attenzione, con la figura della donna, su una realtà comunitaria. Partendo dal v. 17, che allude abbastanza chiaramente ai cristiani perseguitati, chiamandole “progenie”, cioè figli della donna del v.1, molti la identificano con la chiesa (cfr. le due Bibbie di edizione cattolica citate al primo punto); un’altra possibilità è quella di tener conto dei paralleli biblici citati sopra e di vedere nella donna un’immagine del popolo di Dio, della comunità messianica d’Israele. Si dovrebbe anche tener conto di un altro particolare, cioè che l’Apocalisse non separa mai nettamente il popolo di Dio e i servitori di Dio di “prima” e del “dopo”, anzi applica costantemente i simboli e la terminologia d’Israele anche alla realtà cristiana. Queste ipotesi di interpretazione comunitaria andranno verificate esaminando ciò che Apoc. 12 dice del bambino che nasce.

  2. Il bambino che nasce ed è rapito presso Dio

    La prima espressione è che la figura del bambino sia da identificare con il messia nato a Betlemme. Ciò non è suggerito soltanto dalla popolare interpretazione mariologica della donna, ma anche dalle allusioni del v. 5: l’immagine delle nazioni governate con uno scettro di ferro è ripresa dal Sal. 2,9 (citato anche in Apoc. 2,27 e 19,15). Questo salmo è interpretato cristo logicamente in numerosi passi del NT (l’elenco comprende Mt. 3,17; 17,5; Mc. 1,11; 9,7; Lc.3,22; 9,35; Gv. 1,49; At. 4,25S.; 13,33; Fil. 2,12; Ebr.1,2.5; Apoc. 11,18; 19,19; i due passi citati sopra e il nostro. Ma se si volessero rintracciare anche le allusioni l’elenco sarebbe molto oiù lungo: in Apocalisse bisognerebbe aggiungere almeno 6,15; 11,15; 17,18).

    Ci sono però molte cose che stupiscono e che lasciano qualche dubbio su questa identificazione tra il parto di Apoc. 12,5 e la nascita di Gesù a Betlemme: secondo i vangeli Gesù nasce sulla terra, ma la nascita del bambino in Apoc. 12 fa parte di un segno che Giovanni vede nel cielo; leggiamo poi che, appena nato, il bambino fu rapito al cielo (il testo greco dice esattamente che il bambino di lei fu rapito presso Dio e il suo trono – non il figlio): questa rapimento del “bambino” non lascia spazio per l’attività terrena di Gesù né per la sua morte e risurrezione. Pure, queste hanno un’importanza di prim’ordine nel resto dell’Apocalisse, al punto che non avrebbe senso parlare della sia nascita fisica e non della sua testimonianza della sua croce e della sua risurrezione.

    Queste difficoltà inducono dunque a prendere sul serio l’osservazione fatta sopra, che la donna difficilmente rappresenta Maria, e scartare l’idea che l’immagine del parto si riferisca alla nascita storica di Gesù. Ma allora quale messaggio Giovanni voleva dare con queste immagine?.

    Un gruppo di soluzioni parte dalla convinzione che, comunque, deve trattarsi del messia, del Cristo (per la citazione del Sal. 2,9). La sua “nascita” viene spiegata da autori diversi – in tre modi:

    1. Come nascita del cosiddetto Cristo mistico, del Cristo che vive nel credente (riprendendo il linguaggio usato da Paolo in Gal. 2,20). La nascita di cui si parla qui si riferirebbe a un fatto che continua a compiersi spiritualmente: “si tratterebbe, in pratica, della chiesa che genera di continuo Cristo nei fedeli”.

    2. Come nascita del Cristo evangelizzato, del Signore testimoniato agli esseri umani della comunità del credenti (la “donna” dei vv. 1-2). Anche per quest’interpretazione si può citare un’ardita immagine di Paolo (di nuovo nell’Epistola ai Galati): “ Proprio Paolo aveva fatto l’esperienza di quanto sia duro e difficile esprimere quotidianamente, anche nell’apostolato, la figura di Cristo da riprodurre negli altri: Figlioli miei – aveva scritto ai Galati – per voi io soffro ripetutamente le doglie del parto, finché Cristo prenda consistenza in voi (Gal. 4,19)”. Le sofferenze del parto (v.2) sono prese, in questo caso, come un simbolo del tormento dei credenti per la difficoltà di far accettare la loro testimonianza dal mondo, che risponde così spesso con il disinteresse, con l’ironia, con l’accusa di fanatismo o di superstizione.

    3. Come nascita del Cristo trionfante: l’immagine alluderebbe non alla nascita storica di Gesù bambino (che dovrebbe essere seguita almeno dalla menzione della sua vita terrena e poi della sua passione), ma alla “nascita” del Cristo glorificato. La risurrezione sarebbe equiparata all’inizio di una vita nuova, a una seconda generazione del Cristo, chiamato alla vita della potenza del Padre. I sostenitori di questa tesi vedono in questo un’applicazione del Salmo 2,7s.: “Oggi ti ho generato […] Io ti darò in eredità le nazioni”. Come in Israele antico questa parola (o una frase simile a questa) veniva rivolta al re al momento della sua ascesa al trono (intronizzazione), paragonata all’inizio di una nuova vita, a una ri-generazione, così Giovanni potrebbe aver interpretato la risurrezione/ascensione di Gesù come nascita a una nuova vita e una nuova forma di servizio, dopo aver compiuto il servizio che il Padre gli aveva assegnato sulla terra (cfr. Gv. 19,30).

    Di queste tre ipotesi la più suggestiva è senza dubbio la terza. Ed è anche quella che sembra raccogliere il maggior numero di echi neotestamentari. Ricordiamo che anche alcuni dei discorsi degli atti degli Apostoli (per non parlare delle lettere di Paolo), quando parlano di Gesù, fanno una riduzione analoga, cioè passano dalla sua venuta direttamente alla sua morte e risurrezione, scavalcando tutta la sua attività di predicatore e guaritori itinerante. È un fenomeno che è stato chiamato di telescopizzazione (Feuillet), cioè di accorciamento dei tempi, come se i decenni della vita terrena di Gesù rientrassero l’uno nell’altro come gli elementi di un telescopio fino a far coincidere la nascita e l’innalzamento presso il Padre. Ma qui c’è più che un avvicinamento della risurrezione alla nascita: qui c’è una concentrazione esclusiva sulla risurrezione, che lascia da parte tutta la tradizione sulla venuta di Gesù e sul Gesù terreno. Saremmo al di là della sintesi già brevissima di Rom. 1,3-4: “Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio con potenza […] mediante la risurrezione dai morti”.

    Ma anche in questa forma, rimangono, a mio parere, due motivi di perplessità il primo è che c’è una sproporzione nel modo di parlare della donna/chiesa e del bambino/Cristo. La chiesa sembra descritta in termini più prestigiosi del suo Signore! Il secondo è di coerenza: se l’immagine della donna non ha un significato personale, forse non dovrebbe averlo neppure il suo bambino. Dobbiamo dunque cercare ancora di vedere se Giovanni non voleva alludere anche col bambino a qualcosa di sovra-personale o di collettivo come ha fatto con l’immagine della donna.

    Il “bambino” potrebbe essere la comunità apostolica, cioè la comunità dei primi testimoni dell’Evangelo, figlia della comunità messianica d’Israele, e al tempo di composizione dell’Apocalisse già rapita al cielo, non solo nella persona dei suoi martiri (Stefano, Giacomo, e poi anche Paolo, Pietro, Giacomo il fratello del Signore e altri di cui non sappiamo la vicenda), ma praticamente di quasi tutti i suoi componenti morti di morte naturale. Gli altri figli (v.17) potrebbero essere i cristiani della seconda o della terza generazione, che devono ancora combattere e testimoniare affrontando l’opposizione del drago.

    Oppure, il “bambino” potrebbe essere i primogeniti, i martiri della comunità cristiana, quelli che già sono stati “uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che avevano resa” (6,9) – mentre gli altri figli della “donna” sarebbero quelli che ancora non hanno affrontato la persecuzione e sofferto il martirio.

    O, infine, abbandonando del tutto ogni interpretazione che si riferisca a persone, Giovanni voleva forse alludere al dischiudersi degli “ultimi tempi”, dell’era escatologica, la cui apparizione o “nascita” deve ancora raggiungere il pieno sviluppo che coinciderà con la piena vittoria sulle potenze del male? Questi “tempi finali”, ai quali guardava la speranza di Israele e guarda anche la speranza cristiana, saranno anche i tempi del giudizio divino sulle potenze malefiche, e a questo giudizio potrebbe alludere la citazione di Sal. 2,9: “pasturare le nazioni con una verga di ferro”. Viene in mente il grande affresco evangelico del giudizio finale in Mt. 25,31-46: lì la funzione giudicante del Signore è descritta con l’immagine del pastore (v.32); in Ap. 12,5 il verbo “pascolare” o “pasturare” (Riv. “reggere”) non ha il valore consolante connesso altrove all’immagine di Dio come pastore (Sal. 23 ecc.): gli ultimi giorni, i tempi messianici che stanno per nascere saranno giorni di terribile giudizio per le nazioni persecutrice (cfr. il Salmo originale, che al v. 9 dice: “Tu le fiaccherai con uno scettro di ferro”. È la traduzione greca dei LXX che ha introdotto in quel versetto l’immagine del pascolo). Il giudizio sulle nazioni sarebbe allora la risposta alla domanda di 6,10: “Fino a quando aspetterai per fare giustizia (gr. Krìnein, giudicare) e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra?”.

     

  3. Il drago

    Della donna si occupano i vv. 1-2; 5-6; 14; 16. Del drago invece si occupano i vv. 3-4; 7-9; 15; 18. Si interessano dell’una e dell’altro i vv. 4b; 7°; 13 e 17.

    Il drago è rosso (come il secondo cavallo: 6,4) e ha sette teste. Siccome è la testa a governare la condotta del drago in opposizione a Dio e al suo piano messianico-escatologico, la moltiplicazione per sette indica la perfezione dell’ostilità. Ha anche dieci corna, come la quarta bestia di Dan. 7. Le dieci corna sono un’immagine che indica una forza grandissima (corno=forza, potenza cfr. Sal. 89,17.24 dove Riv. Traduce “potenza” ma cita il testo originale in nota: corno; lo stesso 132,17 e 142,14). Anche l’agnello in 5,6 ga sette corna e sette occhi, ma nel suo caso la forza e la sapienza non si oppongono a Dio: sono al suo servizio. La gran forza del drago si rivela anche nella sua capacità di trascinare con la coda e tirare giù dal cielo una parte delle stelle: un gesto che ha anche un significato escatologico, Cfr. Dan. 8,10 e Mc. 13,25

    Il vero centro del capitolo 12 non è né la donna né il bambino, ma il drago e la sua sorte (PRIGENT). I cristiani perseguitati di allora non dovevano avere difficoltà a riconoscere il loro tempo nelle situazioni di pericolo e di persecuzione descritte da Ap. 12. Quello che era nuovo e importante per loro, una vera proclamazione evangelica (= buon annunzio), era la rivelazione concernente il drago. Ecco la vera origine delle loro sofferenze: “Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo” (12,9a). Ma questo avversario (“il Satana” vuol dire proprio: l’avversario, cfr. Zac. 3,1; Giob.1,6) non tiene in mano la situazione. Anzitutto non riesce a impadronirsi del “bambino”, a soffocare sul nascere il giorno della salvezza che Dio fa sorgere per il popolo: il “bambino” è messo in salvo accanto a Dio e sotto la sua diretta protezione. Poi anche la “donna” trova scampo in un luogo preparato da Dio nel deserto (nella Bibbia il deserto non significa solo luogo di prova e di tentazione: è anche un luogo di misericordia e rivelazione per il popolo d’Israele nell’Esodo, e nel simbolismo del profeta Osea 2,14s. è il luogo della verifica e del ritrovamento del primo amore). Infine il dragone è affrontato dall’arcangelo Michele, è sconfitto ed è scaraventato giù dal cielo (vv. 7-8-9).

    Per renderci ben conto del modo di pensare e di scrivere di Giovanni dobbiamo ricordarci che, per lui come per gli altri scrittori biblici, ciò che avviene nella realtà quotidiana non è che la parte visibile di un iceberg a cui corrisponde una parte invisibile ma non per questo meno reale. Solo che l’iceberg mostra la sua parte superiore, mentre nella Bibbia le realtà terrene sono la parte inferiore e quelle invisibile sono superiori. Ricordiamo l’esempio di Stefano o quello di Eliseo e Ghehazi citati all’inizio dell’introduzione. Per illustrare questo modo di procedere si potrebbero fare anche altri paragoni: per esempio un palcoscenico a due piani, con una tragedia che si svolge contemporaneamente sul piano inferiore (la terra) e su quello superiore (il cielo). Oppure una manovra militare o una guerra: le battaglie. I movimenti delle truppe, le conquiste di città e fortezze avvengono sul terreno: ma c’è anche l’Ufficio dello Stato Maggiore, nelle retrovie o nella capitale, e lì su una carta geografica o su un plastico i movimenti delle truppe sono riportati per mezzo di bandierine o di spilli con la testa colorata.

    Sul palcoscenico dell’Apocalisse Giovanni presenta la tragedia delle chiese perseguitate del suo tempo. La scena del cap. 13 si svolge sul ripiano inferiore del palcoscenico: l’ vediamo la bestia salita dal mare, che fa la guerra ai santi dell’Altissimo. Il cap. 12 presenta la scena corrispondente sul ripiano superiore: il drago che insidia la comunità messianica e tenta di soffocare sul nascere il tempo della salvezza, il mondo nuovo di Dio.

    La notizia della vittoria di Michele sul drago è il buon annunzio che deve ridare coraggio e speranza ai credenti che sono impegnati giorno dopo giorno nella resistenza alla bestia. Quello che permette a Giovanni di proclamare con tanta sicurezza la sconfitta del dragone (Satana, il serpente antico) è la vittoria riportata da Gesù con la sua morte sulla croce (Gv. 12,31).

     

  4. La persecuzione

    La persecuzione della comunità da parte del drago sconfitto (vv. 13 e 17) è una manifestazione del furore di Satana per essere stato giocato (v. 5b) e sconfitto (v.9). I grandi sconfitti hanno spesso reazioni di questo genere. Qualche volta sono paragonate agli ultimi sussulti di un animale ferito a morte: non servono a capovolgere una realtà ormai acquisita. Un esempio famoso sono le ultime stragi ordinate da Hitler nelle ultime settimane prima della sua morte, tra cui l’impiccagione di Dietrich Bonhoeffer il 9 aprile del 1945.

    La persecuzione è descritta con una serie di allusioni all’Esodo. Il verbo “perseguitò” è lo stesso di Es. 14,8 (Riv. “inseguì”); le ali d’aquila ricordano quelle di Es. 19,4 (cfr. anche Deut. 32,11; Sal. 103,5; Ger.4,13; Is. 48,40; 49,22). Il deserto dove la donna viene nutrita mentre fugge dal persecutore richiama il deserto in cui il popolo di Dio era nutrito giorno per giorno con la manna sce

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