Giovedì, 07 Aprile 2011 01:00

Capitolo 11 - La comunità e i suoi persecutori

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LA COMUNITÀ E I SUOI PERSECUTORI

 

Il drago trasmette il suo potere alla bestia

1Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. 2La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. 3Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.

Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia 4e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».

5Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. 6Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. 7Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. 8L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato.

9Chi ha orecchi, ascolti:
10Colui che deve andare in prigionia,
andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada
di spada sia ucciso.

 

I falsi profeti al servizio della bestia.

 

11Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. 12Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. 13Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. 14Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. 15Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. 16Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

 

Il cap. 13 dell’Apocalisse segna il passaggio dell’attività ostile di Satana dal piano sovrannaturale a quello terrestre, dal piano del mito a quello della storia (cfr. 12,17). La sua potenza malefica si incarna, per così dire, in una figura di questo mondo: la bestia o mostro “che sale del mare”.

 

  1. La bestia che sale del mare

    Il cap. 13 inizia con queste parole del veggente: “ E vidi una bestia salire dal mare”. Quest’espressione imita Dan. 7,3: “E quattro grandi bestie salirono dal mare”. Il mare (o l’abisso, com’è detto in 11,7) era per Israele il simbolo del caos primigenio; ma sul piano storico, la potenza che veniva dal mare, per gli abitanti dell’Asia Minore, era Roma, nella persona dei suoi rappresentanti ufficiali (proconsoli, governatori ecc.).

    Le bestie in Daniele sono quattro e rappresentano potenze ostili a Dio. Qui la bestia è una sola: trattandosi di una riproduzione del drago celeste del cap. 12 ha anch’essa sette teste e dieci corna (13,1 = 12,3). Ha dieci diademi invece di sette, perché sono rapportati ai corni invece che alle teste. In Daniele la terza bestia ha quattro teste e la quarta ha dieci corna: dunque il mostro di Ap. 12 assomma in sé il numero delle teste e delle corna dei quattro animali di Daniele 7.

    Il mostro salito dal mare riceve il trono da Satana. Nella predicazione dei profeti d’Israele i tiranni ricevono da Dio il loro trono. Nella letteratura apocalittica invece compare una concezione dualistica e il mondo diventa teatro dell’azione e dell’influenza di Dio da una parte, e di Satana dall’altra. Così è anche in II Tess. 2,8-9 Invece Rm. 13,1 segue la tradizione profetica (“non v’è autorità se non da Dio”).

    Benché scacciato dal cielo, Satana ha ancora questa conturbante possibilità di offrire dei posti di potere, dei “troni” (cfr. Lc. 4,6): infatti, pur essendo precipitato dal cielo è ancora “il principe di questo mondo” (Gv. 12,31); 14,20; 16,11).

    La bestia che dal mare ha una diabolica somiglianza con l’agnello: una delle sue sette teste sembra essere stata mortalmente ferita, greco “sgozzata” (cfr. 5,6 dove la stessa cosa è detta dell’agnello). Eppure il mostro vive, nonostante la sua ferita mortale. Si potrebbe definire questo come una contraffazione della risurrezione – ma fondata su presupposti completamenti diversi.

    La gente si stupisce che il mostro viva nonostante la sua ferita mortale (v.3) e lo adora. Appare qui per la prima volta il grande tema dell’adorazione della bestia (v. 4), che compare di nuovo nei capitoli seguenti. Le formule liturgiche di quest’adorazione sono le stesse adoperate per il culto autentico del vero Dio: “Chi è pari a Te?” (cfr. Es. 15,11; Sal. 35,10. Cfr. anche Is. 40,25; 46,5). A tal punto arriva la confusione degli abitanti della terra! Oppure dobbiamo pensare che non esistano altri modi legittimi di rendere omaggio agli impostori, se non quello di adorarli come se non lo fossero? Si pensi al parallelo moderno dei dittatori, che vengono lodati e definiti con i titoli delle autorità democratiche: più dittatoriale e autocratico è il loro potere, più costringono i loro sudditi a definirlo democratico.

    I poteri conferiti da Satana alla bestia sono i seguenti:

    • Fare discorsi arroganti e blasfemi;

    • Combattere contro i santi e sconfiggerli;

    • Esercitare il potere su ogni popolo e nazione per 42 mesi.

    Tutti gli esseri umani che non sono registrati nel Libro della vita, che appartiene all’agnello, si prostrano davanti alla bestia (v.8). Questo non è scritto tanto come rimprovero per il mondo, quanto come ammonimento e orientamento dei credenti: ce lo fa capire il v.9: “ Se uno ha orecchi, ascolti”, formula frequente nelle “sette lettere” dei capp. 2 e 3. I credenti non devono imitare quest’atteggiamento, ma resistere accentando la croce, il martirio.

  2. La bestia che viene dalla terra

    Dopo la prima bestia ne appare una seconda: nella sua descrizione c’è anche un elemento di parodia dell’agnello. Infatti le sue corna sono simile a quelle del agnello, ma ruggisce (“parla”!) come un drago, ossia tradisce con la sua voce la sua natura satanica (come dire che conta più la voce dell’apparenza, e che per giudicare non bisogna fermarsi all’apparenza ma ascoltare come parla, Regola d’oro per giudicare tutti i propagandisti apparentemente buoni e innocenti!).

    Osserviamo le altre caratteristiche della seconda bestia:

    • È un plenipotenziario del primo mostro, cioè esercita per delegare il potere di quello (v. 12a).

       

    • Costringe gli abitanti della terra ad adorare il mostro (v. 12b).

       

    • Fa miracoli diabolici con i quali inganna gli abitanti della terra (vv.13 e 14a). Per questo in 16,13; 19,20; 20,10 è chiamata “il falso profeta”

       

    • Fa innalzare statue al mostro e dà la parola a queste statue (ci sono testimonianze dei primi secoli dell’era cristiana, che attestano la diffusione della credulità in statue che si muovano e parlano. Qui Giovanni non sembra avallare quella credulità, piuttosto sembra attribuire alla seconda bestia arti da stregone), vv. 14b e 15.

       

    • Mette un marchio su tutti gli adoratori della bestia.

       

    Questo è una contraffazione negativa del suggello degli eletti (7,3; 9,4) e del “nome” scritto sulla fronte dei 144.000 (14,1).

    I commentatori discutono se si tratti di un marchio materiale o di un marchio morale, simbolico. Qualunque sia la sua natura, la funzione è la stessa, strumento di discriminazione, di boicottaggio degli “altri”, di quelli che non si piegano. Infatti, senza il marchio non si può svolgere alcuna attività lavorativa (cfr. la tessera del partito nei regimi dittatoriale.)

    Inoltre, il marchio implica che quelli che lo portano, piegandosi all’adorazione della bestia, ne sono divenuti schiavi. Il marchio, che in un modo o nell’altro era un segno della bestia (il suo nome o un altro simbolo che ne esprimeva l’identità), significava dunque l’asservimento dell’es­sere umano alla bestia.

    In sostanza, la seconda bestia rappresenta tutto ciò che interpone il suo prestigio o la sua forza per imporre la sottomissione alla prima bestia. Se in questa azione prevale la forza, si può pensare che la seconda bestia sia simbolo delle autorità locali che nelle province mediavano il potere dell’imperatore romano; se lo strumento di persuasione invece è soprattutto la propaganda ideologica, come sembra pensare Giovanni quando chiama la seconda bestia “il falso profeta” (16,13; 19,20; 20,10), si può vedere in lei la religione di stato e i suoi sacerdoti, che con la loro influenza favorivano il culto dell’imperatore e quindi il suo potere assoluto.

    Alcuni commentatori preferiscono vedere le tre bestie (dragone, Bestia e falso profeta) come parodia della Trinità: essi vedono nel dragone satanico l’Anti- Dio, nella bestia che sale dal mare l’Anti-Cristo, e nel falso profeta la contraffazione diabolica dello Spirito Santo. Fanno osservare che la seconda bestia ha il potere di dare uno spirito di vita all’immagine della bestia (13,15) e di far scendere fuoco dal cielo (13,13); tutt’e due sono prerogative dello Spirito Santo. La triade diabolica è menzionata tutta insieme in 16,13. L’ipotesi è interessante, e non è incompatibile con quella di tipo storico che noi preferiamo; per gli antichi c’erano sempre delle potenze celesti dietro alle autorità: o di tipo angelico o di tipo diabolico.

  3. Il “numero della bestia”

    L’ultimo versetto del cap. 13 informa che il numero della (prima) bestia è 666. Il manoscritto greco C, il commentario di TICONIO (fine del lV sec. d.c.) e altri manoscritti che non possediamo ma che IRENEO aveva visto nel II secolo, hanno 616 invece di 666. Che cosa vuol dire questo numero misterioso?

    Dobbiamo porre anzitutto alcune premesse:

    1. Nella Bibbia non c’è nulla di inutile: se l’autore dell’Apocalisse ha scritto questo, vuol dire che aveva un significato per i suoi lettori, e che poteva dir loro qualcosa nella situazione in cui si trovavano.

       

    2. Dunque, la soluzione di questo enigma doveva essere, per loro a portata di mano. Il 666 doveva risultare comprensibile, per loro, alla luce di fatti noti o di altri dati dell’Apocalisse.

       

    3. Il significato del numero, tuttavia, era già sconosciuto nel II secolo. IRENEO (vescovo di Lione dal 177) dichiara di non conoscerlo e propone diverse interpretazioni. Eppure egli proveniva da ambienti montanisti dell’Asia Minore che coltivavano interessi per l’apocalittica. Se non conoscevano loro il significato di questo numero, vuol dire che era veramente sconosciuto a tutti.

       

    La possibilità di indicare una persona (o un oggetto, una località, un’istituzione) mediante un numero era fondata sull’uso delle lettere dell’alfabeto per indicare i numeri. Ebrei e greci per scrivere i numeri si servivano appunto dell’alfabeto, quindi le loro lettere avevano un valore numerico. Sommando il valore numerico di tutte le lettere di un nome, si poteva ottenere il suo “numero” corrispondente. Questo procedimento si chiamava, nel giudaismo ghematria.

    Possiamo illustrarlo facendo qualcosa di analogo nella nostra lingua. Attribuiamo alle lettere dell’alfabeto i valori numerici A = 1, B = 2, C = 3, e così via fino a Z = 21. Allora, per esempio, IMPERO ROMA avrà per valore numerico totale 109 (9 + 14 + + 11 + 5 + 16 + 13 + 16 + 13 + 11 + 1 = 109) È chiaro che molti nomi ed espressioni possono avere lo stesso valore numerico. Per esempio, anche il termine LANZICHENECCHI equivale a 109 (10 + 1 + 12 + 21 + 9 + 3 + 8 + 5 + 3 + 3 + 8 + 9).

    Non dobbiamo dunque “tirare a indovinare” proponendo per il 666 qualsiasi soluzione purché la somma delle lettere faccia quel totale. Sarebbero qiuste aritmeticamente, ma estranee alle intenzioni dell’autore dell’Apocalisse. La soluzione giusta dev’essere in qualche modo suggerita da altri accenni fatti da lui nello stesso suo libro.

     

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