Venerdì, 29 Aprile 2011 01:00

Capitolo 12 – Nell’attesa del giudizio

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NELL’ATTESA DEL GIUDIZIO

 

I compagni dell'Agnello

1Poi guardai ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. 2Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. 3Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. 4Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l'Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l'Agnello. 5Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia.

 

 

6Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo. 7Egli gridava a gran voce:

«Temete Dio e dategli gloria,
perché è giunta l'ora del suo giudizio.
Adorate colui che ha fatto
il cielo e la terra,
il mare e le sorgenti delle acque».

8Un secondo angelo lo seguì gridando:

«È caduta, è caduta
Babilonia la grande,
quella che ha abbeverato tutte le genti
col vino del furore della sua fornicazione».

9Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: «Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, 10berrà il vino dell'ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell'Agnello. 11Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome». 12Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.

13Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono».

 

 

14Io guardai ancora ed ecco una nube bianca e sulla nube uno stava seduto, simile a un Figlio d'uomo; aveva sul capo una corona d'oro e in mano una falce affilata. 15Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l'ora di mietere, perché la messe della terra è matura». 16Allora colui che era seduto sulla nuvola gettò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta.

17Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, anch'egli tenendo una falce affilata. 18Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, uscì dall'altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: «Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature». 19L'angelo gettò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e gettò l'uva nel grande tino dell'ira di Dio. 20Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di duecento miglia.

 

Se ci domandiamo perché Giovanni ritarda ancora il settenario della coppa (capp. 15 e 16) la risposta non è agevole. La più probabile è quella suggerita da PRIGENT. Giovanni cerca in questo capitolo di rispondere alla domanda seguente: Che ne sarà di quelli che non si piegano e non adorano la bestia? A questa domanda rispondono i vv. 1-5. Per contrasto, il resto del cap. 14 prima annunzia (i tre angeli, vv. 6ss.) poi descrive (con le immagini della mietitura e della vendemmia) il giudizio del mondo e degli idolatri (vv.14-20).

 

  1. L’agnello e i suoi redenti sul monte Sion

    Agli adoratori della bestia, di cui parla 13,12-18, sono contrapposti nel cap. 14 i fedeli del Signore. Sono i 144.000 che recano sulla fronte il nome dell’agnello e il nome del padre suo, cioè di Dio (v.1). Essi stanno sul monte Sion, intorno all’agnello, e “imparano” il canto di cui parla il v. 2. Non sono loro, dunque, a cantarlo, anche se il verbo imparare lascia pensare che si assoceranno alle voci che hanno intonato un inno. È il canto di un coro celeste, angelico.

    Il v. 4 è stato spesso interpretato come un’esaltazione del celibato. Questo è difficilmente sostenibile, perché nulla indica che i 144.000 siano soltanto maschi, per di più celibe. Quindi l’espressione “non ci sono contaminati con donne” dèessere presa come equivalente dell’espressione più generale: non si sono dati alla prostituzione (simbolo, nell’AT, dell’abbandono della fede nell’Eterno per trescare con la divinità pagane e i loro culti).

    Non è tuttavia escluso che ci possa essere in quell’espressione un riferimento allusivo alle tradizioni bibliche della “guerra santa” (Deut. 20; 23,9-10; I Sam. 21,5; II Sam. 11,11): il particolare significa che i martiri cristiani sono i continuatori della milizia santa d’Israele e che la loro lotta col potere dominante è una “guerra dell’Eterno” combattuta nel suo nome e con la sua protezione.

    Anche “sono vergini” va interpretato in questa prospettiva simbolica. Vuol dire: non hanno fornicato con gli idoli. Attribuire a Giovanni un ideale ascetico non è consentito da nessun altro passo dell’Apocalisse. Neppure nelle “sette lettere” c’è l’esaltazione di valori come l’ascetismo o il celibato, che cominceranno a diffondersi solo nella cristianità del II secolo. Quindi, se queste parole sono autentiche, devono avere un significato simbolico (ricordiamo come il Manzoni diceva di se stesso: “Virgin di servo encomio e di codardo oltraggio…”).

     

  2. L’Evangelo Eterno

    I vv. 6-7 contengono il primo annunzio angelico che chiama tutti i popoli della terra al ravvedimento ( questo è il senso dell’espressione: “Temere Dio e dargli gloria”, cfr. 11,13). L’espressione “evangelo eterno” è usata qui per l’appello al ravvedimento collegato all’annunzio del giudizio imminente. Dobbiamo osservare che nel testo greco non c’è articolo, quindi in ogni caso si dovrebbe dire: “un evangelo eterno” – ma allora è anche più probabile che il vero significato sia semplicemente: recando un annunzio eterno, cioè immutabile e sempre valido: che i popoli debbono ravvedersi. Il senso tecnico di Mc. 13,10 e di altri passi non sarebbe applicabile a questo versetto.

     

  3. L’annunzio della caduta di Babilonia

    Questo annunzio (v.8) è un anticipazione di quanto verrà al cap. 18. L’immagine si ritrova in 18,3 e il suo senso è indicato da 17,2: Babilonia ha ubriacato le nazioni facendole partecipare alla sua idolatria (prostituzione) paragonata a un vino inebriante (in questo senso va presa la definizione “vino dell’ira”.

    Annunciando già da ora, con certezza profetica, la rovina di Babilonia, Giovanni dà un incoraggiamento alla comunità che ha ancora dinanzi a sé giorni oscuri. Questi annunzi anticipati rispetto ad altri che verranno, non devono stupire nella prassi dei profeti: ciò che Giovanni annunzia è all’estremo confine della storia, perché appartiene agli “ultimi giorni”, e lì le distanze relative sfumano e spariscono (come le montagne, sulla linea dell’orizzonte, appaiano tutte sullo stesso piano, le più vicine come le più lontane.

     

  4. Il giudizio sugli adoratori della bestia

    Il terzo angelo proclama il giudizio di Dio su quelli che avranno adorato la bestia. Questo giudizio si contrappone all’immagine usata nel v. 8 con un’immagine antitetica: Babilonia offriva alle nazioni il vino inebriante del culto del potere, propizio agli interessi materiali- e gli adoratori della bestia si vedranno porgere un altro calice: quello del vino dell’eccitazione di Dio contro il peccato e l’apostasia, versato puro, non temperato da alcuna clemenza.

    Le immagini del loro tormento, il cui fumo si leva per l’eternità, ci permette di ritornare su un problema già accennato nell’introduzione: quello della dipendenza di Giovanni dalle formule del genere letterario apocalittico. Egli non sta certo facendo una riflessione sull’opportunità di un castigo puramente retributivo, o su un suo possibile valore pedagogico (che noi non riusciamo a vedere), ma con il linguaggio crudo del genere letterario che ha scelto, esprimere la gravità della colpa di cui si macchia chi si lascia sedurre dalle lusinghe della bestia e la adora. La loro condanna assume caratteristiche antitetiche rispetto alla beatitudine dei fedeli che davanti a Dio all’agnello cantano continuamente le sue lodi.

    Va però notata, oltre a questo, la sobrietà di Giovanni: l’Apocalisse non indulge in descrizioni compiaciute, non ferma l’obiettivo sulle pene dei colpevoli. Anzi, si può affermare che le menziona soprattutto con uno scopo esortativo: di fronte alla tentazione dell’apostasia, è il momento di raccomandare la costanza e la fedeltà (v. 12)

     

  5. Il macarismo dei morti nella Fede

    È una voce dal cielo (d’un angelo?) a proclamare a questo punto il secondo macarismo (dichiarazione di beatitudine) dell’Apocalisse (il primo era 1,3). Il v. 13a pronuncia una parola di consolazione per i martiri. La provenienza della voce dà al suo contenuto una nota di certezza. Com’è che gli apostati vanno verso il destino descritto nei vv. precedenti, così è certo che i morti che muoiono “nel Signore”, cioè nella comunione della fede, e quindi nella comunione con lui, anche in quei tempi difficili di persecuzione per chi non rinnega (“d’ora innanzi”), sono beati.

    Il v. 13b completa il macarismo con una affermazione fatta dalla coscienza profetica di Giovanni. Le “opere” sono il frutto della fede, quella fede che i morti nel Signore hanno dentro di loro. Manca del tutto, in questo versetto, l’idea del calcolo o della pesature delle opere (Giob. 31,6: Sal. 62,9; Dan. 5,27) – ma speculare sul fatto che esse “ li seguono” anziché precederli (come il bestiame di Gen. 32,14-22 destinato a ingraziare Esaù) sembra una forzatura. Direi piuttosto che le opere del credente partecipano della stessa grazia per cui egli è accolto da Dio nella sua comunione. Come la risurrezione non è una disincarnata speranza d’immortalità dell’anima, così essa non implica necessariamente l’addio a tutto ciò in cui si è concretata la testimonianza terrena del credente, così anche le sue opere, per quanto essere giustificate per grazia, perché sono sempre opere d’uomo.

     

  6. La raccolta e la vendemia

    L’abbinamento di queste due immagine viene con molta probabilità da Gioele 3,12-14 (nel testo ebraico, 4,12-14):

    Si muovano e salgano le nazioni alla valle di Giosafat, perché là sederò a giudicar le nazioni d’ogni intorno.
    Mettete la falce, poiché la messe è matura! Venite, calcate, poiché lo strettoio è pieno! I tini traboccano, poiché grande è la loro malvagità.
    Moltitudini, moltitudini, nella valle del giudizio! Poiché il giorno dell’Eterno è vicino nella valle del giudizio.

    Già solo da questi versetti, ma anche più dal contesto, appare chiaro che in Gioele le due immagini alludono al giudizio di Dio sulle nazioni. Questo vorrebbe dire che il giudizio di Dio, annunziato dal terzo angelo in 14,9-11, qui viene ripresentato sotto forma di immagini tradizionali.

    Ma non sempre queste immagini tradizionali significano giudizio: un testo rabbinico dice: “ A molte cose vien paragonata la redenzione; alla mietitura, alla vendemmia, al balsamo e alla partoriente…” (Midr. Cant. 8,14). Sarebbe dunque legittimo tentare di vedere in queste immagini non un annunzio di giudizio ma di grazia.

    Questo è più facile per la prima immagine. Nella predicazione di Giovanni Battista, la mietitura contempla da un lato la raccolta del grano nel granaio, dall’altro la distruzione della pula nel fuoco inestinguibile (Mt.3,12). Anche la parabola delle zizzanie, pur descrivendo soprattutto la distruzione della mala erba, implica ovviamente anche la raccolta del buon grano (Mt.13,30 ultime parole). In Gv. 4,35-38 l’immagine è usata in senso positivo. Si veda anche la preghiera eucaristica della Didaché (II sec. d.c.): “Come questo pane, disseminato sopra i monti, è divenuto uno, così possa essere raccolta la tua chiesa dalle estremità della terra nel tuo regno”.

    L’interpretazione positiva della seconda immagine (la vendemmia) è più difficile, specialmente alla luce di Apoc. 19,15b di cui sembra un preannunzio: “Egli calcherà il tino del vino dell’ardente ira dell’Onnipotente Iddio”.

    Si dovrebbe allora pensare che le due immagini conclusive del cap. 14 presentino da un lato l’adunamento dei salvati e dall’altro la condanna dei ribelli (esattamente come la prima metà del capitolo abbiamo la visione dei redenti con l’agnello e poi gli annunzi del giudizio?)

    Ma è anche possibile che la realtà sia più complessa. Giovanni vede le cose dialetticamente: come una medesima parola può suscitare al tempo stesso la fede e incredulità, così l’intervento finale di Dio potrebbe essere al tempo stesso salvezza e condanna – sia nell’immagine della mietitura che in quella della vendemmia. Accanto al sangue come simbolo dell’ecatombe dei nemici di Dio su tutta la terra (1600 = 4 x 4 x 100, ossia la totalità della terra, o i quattro punti cardinali, moltiplicati per se stessi e poi ancora per 100. Procedimento che ricorda 12 x 12 x 1000 = 144.000), la stessa immagine potrebbe anche evocare il valore universale della morte di Cristo. “Fuori della città” (v.20) richiama la tradizione secondo cui giudizio si svolge alle porte di Gerusalemme (Gioele 3,2.12; Zac. 14,4), ma ricorda anche la morte di Gesù avvenuta “fuori della porta” (Ebr. 13,12; cfr. Mt. 21,39).

    Una conferma di questa ambivalenza delle due immagini potrebbe venire dalla Cena del Signore, evocata dall’abbinamento di mietitura (il pane) e vendemmia (il vino). Anche la Cena è annunzio di salvezza, però chi non discerne il corpo del Signore mangia e beve il proprio giudizio.

     

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