Domenica, 19 Marzo 2017 11:51

Cristo ci dà l’acqua viva che soddisfa la nostra sete

19 marzo 2017
III domenica di Quaresima
Ciclo Liturgico Anno “A”

Prima Lettura
Dacci acqua da bere. (Es 17,3-7)

Dal libro dell’Esodo

In quei giorni, 3il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
4Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
5Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! 6Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

Parola di Dio

 

Salmo Responsoriale
Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore. (Sal 94/95)

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

 

Seconda Lettura
L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato. (Rm 5,1-2.5-8)

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 1giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 2Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
5La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
6Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. 7Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 8Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Parola di Dio

 

Canto al Vangelo

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Signore, tu sei veramente il salvatore del mondo;
dammi dell’acqua viva, perché io non abbia più sete.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

 

Vangelo
Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. (Gv 4,5-42)
Forma breve: (Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, 5Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. 19Vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
40Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Parola del Signore

 

Commento

Per entrare nel forte messaggio del brano del Vangelo, la porta più adatta è la prima lettura, l’episodio dell’Esodo, così provocante. Il dubbio del popolo in viaggio - “il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” - non nasce per un improvviso emergere dello spirito critico, nasce nella tensione tra la speranza e la disperazione. Questo popolo si era mosso perché un uomo, Mosè, aveva suscitato in lui la speranza della liberazione. Tutti i profeti sono degli svegliatori di speranza. C’è in fondo all’uomo, individuo e collettivo, una specie di energia e fuoco sommerso che qualcuno riesce a svegliare e allora tutto si muove, il già saputo non conta più e si va verso il futuro. Andare verso il futuro, lasciare - come abbiamo meditato domenica scorsa - la casa paterna, come Abramo, per andare in una regione che non si conosce, significa entrare in una situazione di rischio. Sperare è rischiare, è perdere le sicurezze, personali e collettive, ereditate.

Il popolo ebreo si trova nel deserto e si trova deluso perché invece di andare verso il meglio, è andato verso il peggio. Molto più sicura è la condizione di schiavitù, dove tutto è regolato, il sonno, il lavoro, il cibo. Entrare nel deserto significa perdere le vecchie identità, significa entrare in uno stato nascente. Il popolo è preso dalla sete e ha dinanzi a sé il deserto, nasce la tentazione di fede: “Ma c’è Dio o no fra noi? Dio si manifesta attraverso l’impossibile: “Va con il bastone e tocca la roccia!” È questo il punto critico della speranza che si trova messa davanti all’impossibile.

Quante volte ci siamo trovati e ci troviamo di fronte all’impossibile, ancora oggi. Come può venire l’acqua? Come può venire la pace? Eppure la speranza deve affrontare questi nodi, perché è lì la forza creativa. Nel caso di Mosè l’efficacia del gesto era garantita dalla promessa di Dio. Ma noi crediamo veramente nell’impossibile?

I racconti del cammino d’Israele nel deserto vedono ripresentarsi periodicamente il problema della sete per mancanza d’acqua. E’ una situazione di bisogno in cui il popolo dubita della provvidenza divina, della cura di Jahveh nei suoi confronti. Questo dubbio incrina la fede del popolo, che non si fida più dell’amore del Signore e si abbandona alla mormorazione. Il popolo mette alla prova Dio, dichiarandosi pronto a obbedire alla condizione di un segno. Il rifiuto di abbandonarsi con fiducia nelle mani di Dio, diventa contestazione di Mosè come guida. Egli viene rimproverato di aver condotto il suo popolo in un cammino di libertà. La libertà che il popolo ha trovato è troppo impegnativa ed esso si trova a rimpiangere la schiavitù d’Egitto: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” Sembra che l’attore vero dell’esodo sia stato un uomo, e non il Signore! Ma il Signore si dimostra ancora una volta misericordioso e dona l’acqua. In quest’acqua che scaturisce dalla roccia diventa dunque percepibile la meravigliosa misericordia di Dio verso questo popolo ostinato, ribelle e diffidente.

GIOVANNI 4, 5-42

AMICI, non pensate che questo racconto, che leggiamo sia cronaca di quello che è accaduto al pozzo di Giacobbe. È espressione della comunità di Giovanni, che esprime il messaggio di Gesù secondo la modalità con cui lo viveva.

La contraddizione tra giudei e samaritani era remota, aveva radici storiche molto lontane, che risalivano all’VIII secolo (quindi ottocento anni prima), quando gli Assiri invasero quelle zone (la Galilea e la Samaria) e impiantarono lì dei coloni che avevano altre religioni. Per di più dopo l’esilio (quindi VI-V secolo), quando gli ebrei tornano da Babilonia, questa opposizione si accentuò fortemente, perché i samaritani avevano acquistato importanza politica, commerciale e militare e vedevano con timore il risorgere di Gerusalemme, per cui avevano tentato in tutti i modi di impedire la ricostruzione di Gerusalemme. Quando chiesero a tutti gli ebrei che avevano sposato donne straniere di mandarle a casa, perché la razza ebraica doveva restare pura, un sacerdote autorevole, che amava molto sua moglie, si rifiutò di mandarla a casa e fu degradato dal sacerdozio del tempio. Lui andò in Samaria e iniziò il culto sul monte Garizim, proprio in opposizione al culto di Gerusalemme.

“Dammi da bere”. Un uomo seduto presso un pozzo, intento a chiedere da bere a una donna venuta ad attingere acqua, nella simbolica biblica molto chiara per la gente comune al tempo di Gesù, significava cercare una donna per sposarla. Eliezer, il servo di Abramo, Giacobbe, Mosè si siedono presso un pozzo per trovare la futura moglie. Anche qui è come se il Signore chiedesse alla donna di Samaria di sposarlo e, attraverso di lei, lo chiedesse a tutti noi. A lui non importa l’apparenza, il valore umano o morale delle persone: ha scelto come apostoli gente incolta, peccatrice, rozza; ora si ferma a parlare con la peggiore donnaccia del paese.

Se ci fosse un fariseo, penserebbe senz’altro in cuor suo: “Se costui fosse profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei alla quale chiede da bere: è una peccatrice. Eppure proprio a lei, che ha perso il conto dei suoi uomini, a lei l’eretica, la samaritana disprezzata dai giudei, Gesù rivela ciò che non ha ancora detto a nessun discepolo: la sua messianicità. A Cristo non importa tanto la correttezza morale quanto la disponibilità a rivedersi in modo critico.

In quella prostituta Gesù vede un cuore assetato di vera adorazione e le dichiara una cosa che, neppure noi oggi, abbiamo ancora capito: che il Padre non vuol essere adorato secondo questa o quella tradizione religiosa, da gente che si sente in regola, ma in spirito e verità. Infine quella persona talmente disprezzata in paese, da scegliere l’ora più calda per non incontrarsi con le altre donne, diventa apostola convincente perché straordinariamente autentica: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”. Chi infatti meglio di lei, di cui tutti conoscono la vita disordinata, può annunciare la tenerezza di colui che è venuto a salvare, non a condannare? Chi meglio dell’emarginato, disprezzato persino da sé stesso, è capace di sposare il cuore di Dio, questo cuore trafitto d’amore per l’umanità, per tutta l’umanità, dal barbone al vescovo? Ecco l’adorazione in spirito e verità, lo stupore di fronte alla tenerezza di colui che sonda l’abisso della nostra miseria senza spaventarsene, permettiamoci di accoglierci in verità, in quel nostro nulla che ci fa simili e fratelli.

Amici, non abbiamo paura delle nostre fragilità, difetti, errori, vuoti… siamo disponibili a guardarli come parte della nostra realtà, senza giudicarci ma cercando di rivederci in modo critico, sotto lo sguardo amorevole e tenero dello Spirito di Gesù: lui ci suggerirà come modificare la nostra vita.

 

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