Domenica, 01 Ottobre 2017 16:47

“Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”

1 ottobre 2017
XXVI domenica del Tempo Ordinario
Ciclo Liturgico Anno “A”

Prima Lettura
Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere sé stesso (Ez 18,25-28)

Dal libro del profeta Ezechiele

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere sé stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».


Parola di Dio

 

Salmo
Ricordati, Signore, della tua misericordia (Sal 24,4-9)

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.

Ricordati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

 

Seconda Lettura
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (Fil 2, 1-11)

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.


Parola di Dio.

 

Canto al Vangelo

Alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.

Alleluia.

 

Vangelo
Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,28-32)

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Parola del Signore

 

Commento

La liturgia della parola, dell’odierna domenica, è dominata dalla figura dell’Emanuele obbediente al Padre. Egli incarnandosi nel seno di Maria Vergine diventa: “uno con noi, ...tra noi, ...come noi” e così, accettando di vivere da “servo” e da servo sofferente, partecipando alla nostra esperienza di persone mortali, vince, con la risurrezione, una volta per tutte, la morte.

Il programma di vita di Gesù “che la tua volontà - di Dio Padre- sia fatta” è diventato il programma di tutti i cristiani e significa lasciarsi coinvolgere nella missione di lavorare per il Regno. La rinuncia a questo impegno è contrario allo spirito evangelico che, dovrebbe avere, chiunque voglia essere discepolo del Figlio di Dio.

Quel che conta non sono le parole, perché le parole sono vuote se non sono seguite dalle azioni concrete, che ne rispecchiano lo spirito, come è esplicitato nel Vangelo secondo Matteo di questa domenica. “Fare la volontà del Padre” non significa stare fermi, sclerotizzati, nella nostra buona coscienza, ma significa convertirsi, passando dal no al si e così contribuire alla realizzazione del Regno.

Il Signore, attraverso questa prima lettura della liturgia della Parola parla, tramite il profeta Ezechiele, a tutti i figli d’Israele, vecchi e nuovi, e ricorda loro che è fondamentale ed urgente convertirsi, in maniera decisa, a Dio dicendogli un sì definitivo, senza possibilità di cambiamenti.

Troppo spesso, a causa dell’ingiustizia e della cattiveria, presente nel mondo, abbiamo esclamato: se Dio fosse giusto farebbe in modo che ciò non accadesse. Una persona di mia conoscenza diceva che un Dio giusto, se veramente esistesse, manderebbe una bomba atomica intelligente che distruggerebbe tutti gli operatori di ingiustizia e perciò stesso ogni ingiustizia. Tramite Ezechiele, Dio risponde che giustizia e rettitudine dipendono esclusivamente da noi poiché Egli ci ha creati a sua immagine, cioè liberi di scegliere.

Il Salmista, pieno di fiducia nella misericordia del Signore, implora per sé il perdono dei peccati. Questo salmo, il ventiquattresimo, è uno dei nove salmi “alfabetici” del salterio, così concepito per significare la “pienezza della legge”. Questa via salvezza verso il Padre è Gesù, che ci dirige e diventa il nostro sentiero. Accordaci, o Dio, il perdono perché in te speriamo!

Nella lettera ai Filippesi (2,1-11) Paolo si fa icona di Cristo in croce, modello di umiltà e obbedienza perfetta al Padre. Da molti studiosi questi vv. sono considerati un inno pasquale cantato dalla comunità di Filippi, alla quale Paolo indica Gesù Cristo come “servo sofferente”, al quale conformarsi. Accettando di “abbassarsi” alla nostra condizione Gesù Cristo viene esaltato e conduce noi alla gloria. Uniti a Cristo, “servo sofferente”, noi membri della chiesa dobbiamo preoccuparci di custodire l’unità con la nostra testimonianza di vita. È questa la ragione per la quale oggi dovremmo preoccuparci di presentare al mondo il volto di una chiesa aperta e allo stesso tempo profondamente unita. Ciò è possibile se riusciamo a dimostrare di avere “gli stessi sentimenti di Gesù Cristo” che pur essendo Dio si è comportato come il più umano degli uomini.

Il brano del Vangelo di Matteo (21, 28-32), conosciuto come la parabola dei due fratelli, viene da Gesù pronunciata, nel tempio di Gerusalemme, come risposta ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, i quali gli domavano con quale autorità egli insegnava e operava guarigioni. La risposta di Gesù è contenuta nella parabola dei due figli e nelle due successive.

La parabola che questa domenica siamo invitati a contemplare, ci parla di un padre di due figli, che possiede una vigna. Il padre chiede, al primo figlio che incontra, di andare a lavorare nella vigna e questo, dopo avere risposto affermativamente, non dà seguito alla affermazione fatta; incontrato l’altro figlio gli fa la medesima richiesta. Egli risponde, subito, negativamente, ma poi, pentitosi, va a lavorare nella vigna paterna.

Gesù sa benissimo che la vita, molto spesso, è contraddittoria e può passare dal l’entusiasmo iniziale al l’indifferenza finale. Ma sa anche che non è infrequente il caso opposto: la resistenza iniziale si arrende e si fa ciò che prima ci siamo rifiutati di fare. Del resto chi pecca di nascosto difficilmente si converte, perché continua ad essere stimato per quello che appare. Il pubblico peccatore, proprio perché pubblico, essendo esposto al biasimo altrui, è spinto alla conversione e a diventare sensibile alla presenza di Dio.

Questo è senso del paradosso finale: “pubblicani e prostitute vi precedono nel Regno”.

 

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