Martedì, 21 Aprile 2009 01:00

Giuseppina Berettoni. Apostola dalla fede tenace e dalla carit In evidenza

Giuseppina Berettoni Giuseppina Berettoni

Proprio così, una santa da conoscere Giuseppina Berrettoni, una apostola della fede, tenace, con una carità immensa, anche se non ancora beatificata è serva di Dio e in processo di beatificazione. Desidero trasmettere la sua conoscenza attraverso scritti e argomenti che ci fanno una idea della sua persona, della sua santità di vita nella quale ha operato come vera missionaria dell’apostolato nella carità fervente. Con una fede incrollabile il buon Dio le ha elargito anche diversi carismi.

Grazie e tramite Giuseppina Berettoni, che mi predisse ciò che poi si è compiuto, io, D. Alberto Abreu, sono divenuto Sacerdote della Diocesi di Roma il 14 Maggio del 1995. Per capire meglio il motivo della mia conoscenza di Giuseppina desidero allora raccontare questa storia. Ricorreva l’anno 1990 nel mese di settembre, un giorno recandomi al lavoro, mi trovai nei pressi di via Isacco Newton a Roma zona Portuense.

Mi stavo dirigendo, in autobus, verso s. Giovanni, in via Elvia Recina, Appio Latino, dove lavoravo come aiutante tecnico per la riparazione di televisori e installazione antenne, quando sentii nel profondo del mio cuore una strana sensazione molto forte. Senza comprendere cosa stesse capitando, mi venne alla mente la basilica di San Pietro. Mi chiesi allora cosa significasse e anziché recarmi a lavoro mi lasciai portare in s. Pietro.

Arrivato a S. Pietro andai alla cappella del Santissimo Sacramento e li mi inginocchiai. Pregai il Signore anzi, parlai con il Signore con un tono molto forte per le mie troppe sofferenze passate fino a quel momento. Pochi giorni prima avevo ricevuto una proposta da un amico che mi invitava a tornare in Venezuela e con lui aprire un supermercato, sarei dovuto divenire il suo garante, proposta che in qul momento accettai. “Ecco”, mi dissi, “lascerò l’Italia non ti vedrò più S. Pietro, è l’ultima volta che ti vedo, il tempo di soggiornare in Italia è finito” ritornavo in Venezuela, piansi molto e avevo tanta rabbia nel cuore per le tante disavventure che avevo passato. Feci un giro per tutta la basilica a porle l’ultimo saluto. Arrivato al lavoro il mio amico Ferdinando, che mi aveva trovato da lavorare con lui, mi aspettava. Era già stato dalla signora a cui dovevamo riparare il televisore, le aveva parlato di me, le disse che ero stato seminarista religioso, ma che per motivi di incomprensione ero uscito dell’ordine e adesso stavo lavorando con lui. Lei, la signora Maria Antico, sentì nel profondo del suo cuore di volermi conoscere e chiese a Ferdinando di portarmi da lei, così quando arrivai, nonostante l’ansia per il mio ritardo, mi raccontò che una signora mi voleva conoscere, e così il giorno dopo tornammo, io per parlare con questa signora e lui a riparare la TV. Quando la Signora mi vide, mi saluto con molta affabilità. Mi porto al suo studio e comincio a chiedermi tante cose, mi disse in particolare di parlarmi della mia vocazione. Io le dissi che ero stato religioso per tanti anni dai padri Rosminiani, ma che in quel momento non sentivo più la vocazione e stavo cercando di realizzarmi nel lavoro ritornando in Venezuela. Lei mi prese in contropiede e mi disse con molta schiettezza che Giuseppina Berrettoni le stava dicendo, nel suo cuore, che io dovevo diventare un grande sacerdote. A queste parole pensai che fosse una vecchia pazza è che quello che mi stava dicendo fosse lontano da me, le dissi “ma no signora, io ho perso la mia vocazione e non ci penso minimamente, mi dispiace deluderla ma non è questa la vita che devo realizzare”, noncurante lei mi disse che aveva già pensato a me. Quel giorno era di venerdì, mi invitò per il lunedì seguente ad un pranzo dove c’era un ragazzo che stava in una congregazione e doveva parlarmi e mi diede un libro con la vita di Giuseppina Berettoni. Rimasi turbato dalle sue parole e cominciò nel mio cuore un grande stato di ansia. Uscendo da casa della signora Maria, mi inquietai con Ferdinando per la situazione in cui mi aveva fatto trovare, avevo una angoscia tremenda, che sfogai insultandolo perché mi aveva portato da una signora pazza. Del tutto scombussolato passai il fine settimana con questo pensiero che mi assillava, mi tornavano alla mente le sue parole ed il pensiero di farmi sacerdote, lontano dalla mia realtà e del mio volere.

Lunedì seguente mi recai all’appuntamento con mala voglia, ma poiché avevo dato la mia parola, non potei mancare. La Signora Maria mi fece conoscere un ragazzo il quale mi invitò ad un ritiro spirituale del suo ordine. Accettai con molta diffidenza, passarono tre mesi da quel giorno, ricordo che ero disperato per quello che stava succedendo, nel frattempo lessi la vita di Giuseppina Berettoni, ed ogni volta che leggevo sentivo che quelle parole erano dirette a me, finche un giorno misi alla prova Giuseppina dicendole: “ se mi fai le tre grazie che ti chiedo …, mi convinco che è proprio una chiamata del Signore a ritorno da Lui per consacrarmi”. Con grandissima sorpresa le tre grazie che chiesi si realizzarono una dietro l’altra, allora capì che veramente il Signore mi chiamava ad un suo disegno grazie alla intercessione di Giuseppina Berettoni. Dissi il mio Sì al Signore sulla tomba di Giuseppina al cimitero romano di S. Lorenzo.

Giuseppina Berettoni (1875 – 1927) è una grande apostola laica, nata a Roma figlia di un impiegato marchigiano. Esempio fulgido di operosità, tanto da essere definita da chi la conosceva bene “attivista sbarazzina di Cristo”. Fu però soprattutto una grande mistica.

La sua missione oggi, a più di 82 anni dalla morte, consiste nel far comprendere la presenza di Dio onnipotente e misericordioso fra noi, operante di miracoli attraverso umili strumenti umani quali Giuseppina Berettoni.

Giuseppina fa palese Dio a chilo cerca, ma specialmente a chi non lo cerca. Attraverso la sua mediazione, coloro che sono lontani dalla fede riescono a credere: Dio c’è, e opera con onnipotenza. In una società in cui l’umanità sembra aver perduto il senso del soprannaturale e della maestà divina. Giuseppina Berettoni ha una missione del tutto particolare.

Giuseppina non è ancora canonizzata, ma è certamente una grande Santa, ed è molto venerata. Attraverso la sua intercessione molte sono le grazie che si ottengono.

Nata a Roma da genitori profondamente cristiani, Giuseppina Berettoni riceve a otto anni la prima comunione. Entra presto nell’Associazione delle Figlie di Maria, e a nove anni emette il voto di verginità e rinuncia al mondo – come scrive lei a dieci anni – “ perché vi domina una spirito apertamente contrario a quello di Gesù”. Promette pure di non negare nulla di quanto le verrà chiesto nel nome di Gesù e Maria.

Dopo alcune esperienze come novizia negli Istituti religiosi, realizza la sua vocazione all’apostolato laico nel mondo attraverso l’impegno dei consigli evangelici, quasi anticipando in se stessa l’esperienza e la missione specifica degli Istituti secolari.

Si offre vittima al Signore per i Sacerdoti e per le persone consacrate. Vive sempre povera, e con il voto di obbedienza, sotto la guida di esperti Direttori spirituali, segue e imita da vicino il Cristo obbediente fino alla morte.

Dalla sua offerta totale fiorisce il dono di una feconda maternità spirituale, che la rende “una impegnatissima missionaria laica…apostola dall’orazione altissima e dalla sconfinata fiducia in Dio” (P. Mondrone S.J.)

“Tutte le mie forze – come lei ci attesta – tutta la mia vita voglio spendere per far conoscere Gesù in mezzo al popolo cristiano”.

Ed è quanto ella attua con una gioiosa dedizione ad ogni opera di bene. Si prodiga con i piccoli negli asili e nelle case; suscita tra i giovani numerose vocazioni ai Seminaristi e ai Noviziati religiosi; collabora generosamente con l’insegnamento della religione nelle parrocchie e nelle scuole; completa il suo multiforme apostolato negli ospedali e nelle case, ove avvicina i lontani, aiuta i poveri più bisognosi ed abbandonati, assiste i malati e i moribondi. E soprattutto con loro che ella sente divampare tutta la sua carità, attinta dall’Eucaristia. Maturano così, per i singoli e per le famiglie, quali frutti meravigliosi, i consigli più indovinati ed efficaci, che persuadono anche i più induriti e gli aiuti di ogni genere che tutti da lei sperimentano.

Si può dire, riassumendo, che la sua vita è come “ una tela mirabile, intessuta di opere della più squisita carità cristiana” (da “L’Oss. Romano”, 21 gennaio 1927).

Giuseppina Berettoni conclude la sua esistenza a 52 anni, il 17 gennaio 1927, pochi minuti dopo aver ricevuto la S. Comunione nella basilica di S. Maria Maggiore: cioè all’ombra della Madonna, proprio là dove era stata battezzata e come aveva vissuto.

 

Dagli scritti di Giuseppina Berettoni.

Vedere tutto in Dio è semplicità d’intelletto
vedere Dio in tutto è semplicità di cuore

Il brano che viene riportato ci presenta la virtù della semplicità, oggi divenuta rara, quasi dimenticata dalla nostra società che, al contrario, preferisce la complessità e cerca affannosamente di riempire il vuoto esistenziale con falsi valori senza rendersi conto che la felicità è legata al sentimento della semplicità. I veri sapienti sono i semplici e i più vicini a Dio. E’ la virtù dei saggi e la saggezza dei santi. Giuseppina osserva la differenza tra il vedere tutto in Dio, che è semplicità d’intelletto e vedere Dio in tutto, che è semplicità di cuore.

L’uomo che vede tutto in Dio, avrà il cuore distaccato dal bene della terra, ed un adeguato giudizio di beni celesti. Perciò anelerà a questi, e disprezzerà quelli. Questo disprezzo (che con la santa orazione si conserverà) lo renderà indifferente in qualsiasi evenienza.

Riceva egli, o no, gli onori dovuti al suo grado, soffra, o no, privazione, stia egli sano o malato, colui che vede tutto in Dio che, tranne il peccato, non vi è male meritevole d’un tal nome; e solo quello procurerà di evitare, per sé e gli altri, a qualunque costo.

Ma questo non è che un primo passo nella semplicità. Per avanzare in essa è necessario: vedere Dio in tutto. Chi vede Dio in tutto resterà indifferente nei vari casi incresciosi della vita; non solo, ma ricaverà da questi argomento e motivo per più apprezzare i beni celesti. Anzi riterrà i mali tutti, che lo possono affliggere, quali veri e come messaggi della volontà di Dio. E li amerà, come una statua, se fosse capace di intendimento, amerebbe lo scalpello, causa, sua pure secondaria, della sua bellezza.

Ma l’anima, se vuole giungere alla semplicità perfetta, deve, non solo nei casi detti mali, vedere Dio, ma anche nei beni; perché, ad eccezione del peccato, gli uni e gli altri vengono da Dio.

Il semplice di cuore al sopraggiungergli una buona o cattiva notizia, al ricevere un buon o cattivo trattamento, non si querelerà con chicchessia, ma penserà: Dio me l’ha mandato; sia benedetto in eterno. La semplicità è l’ultima virtù che si acquista, perché è la più ardua di tutte, ed è la perfezione d’ogni virtù.

La semplicità è per la santità, quello che sono le sfumature per un’opera d’arte: il sigillo dell’artista. Semplice propriamente non è che Dio. Uomo semplice è dunque il più simile a Lui. O grande e magnifica virtù, deh! Ce la conceda Dio nel più alto grado.

I santi hanno vissuto e testimoniato “nel alto grado” la semplicità perché l’hanno amata. Basti pensare a Francesco d’Assisi che amò sempre ed in modo esemplare la santa semplicità caratterizzò tutta la sua vita. Frate Francesco, come leggiamo nei Fioretti, raccolse le numerose esortazioni di Gesù alla pratica evangelica della semplicità: “siate semplici come colombe…”; “osservate come crescono i gigli del campo…”;”guardate gli uccelli del cielo…”. Essa è una virtù da riscoprire. La stessa vita cristiana è qualcosa di semplice perché mira all’essenziale e, come sottolinea spesso Benedetto XVI, “Il segno di Dio è la semplicità”.

Per acquistare il dono della semplicità e praticarla, Giuseppina indica un mezzo sicuro ed efficace: La preghiera continua e fervente; in un certo senso ci richiama l’espressione di San Paolo “ Oportet sempre orare, nunquam defìcere” pregate costantemente e mai cessare: oggi, domani e sempre.

Anche lo stile di vita della serva di Dio è stato improntato alla semplicità: distacco, serenità, modestia, oblìo di sé sono stati i tratti caratteristici del suo comportamento abituale.

 

Invitata dalla madonna in un luogo infame

Sotto la grandiosa cupola, una delle maggiori di Roma, una folla di fedeli prega. Ai margini di quella moltitudine agglomerata, sono tre donne, giovani sulla trentina pure oranti; una più piccola delle altre, è Giuseppina, che il giorno seguente scrisse:

“Ero in compagnia di Cristina e di Alfonsa nella Chiesa di S. Carlo al Corso, per la visita al SS.mo Sacramento, mentre visi faceva la funzione del mese Mariano, quando, contro ogni mia aspettazione, mi apparve la Vergine Santissima.

A Tal vista temetti dapprima d’illusione; ma, dopo le indicatemi prove, rassicurata della bontà del Personaggio, mi feci a richiederle che cosa volesse da me.

“Che tu vada questa sera stessa in via Fratina n… ad assistere una povera figlia mia e ad indurla a ravvedimento. Da anni e anni vive in un luogo infame. Ove fu tratta per inganno a 13 anni. Chiedine la dovuta licenza e va, senza timore ed indugio. Io ti sarò dappresso”.

Senza frapporre tempo alcuno le tre signorine, uscirono dalla Chiesa e Giuseppina inviò Alfonsa alla Chiesa della SS. Trinità in via Condotti per chiedere al suo Direttore spirituale se sarebbe sceso lui in confessionale, o se potesse chiamare il P. Priore, dato che si trattava di un caso affatto nuovo, per il quale mai aveva ricevuto istruzioni.

Alfonsa s’avvio con passo sollecito e allorché a via Condotti giungessero le compagne, ella, già sulla porta del Collegio, poteva riferire la risposta desiderata. Giuseppina doveva rivolgersi al Superiore, al quale lo stesso P. Blat stava nel frattempo preavvisando la visita la per la quale era necessario ch’egli scendesse in parlatorio, dato che a lui non era possibile incontrare la sua figlia spirituale più di due volte la settimana, per le disposizioni impartite di recente dallo stesso P. Priore.

“Venuto il Superiore – così narra Giuseppina - Padre – incominciai – mi si dà un caso per quale abbisogno assolutamente di consiglio.

  • Ebbene dica, dica pure.
  • Una Signora mia conoscente mi ha pregato di recarmi qui, in via Frattina, presso un’inferma che si trova in un luogo infame, per cercar d’indurla a confessarsi. Che ne dice V.R.? Posso andare?
  • Aspetti un momento – mi rispose.
    Nel mentre ch’egli, raccolto, pregava, io recitai per lui il Veni creator.
    Dopo qualche minuto:
    Vada, vada pure – mi disse – la Madonna l’aiuterà; lo Spirito Santo le suggerirà

Quello che dovrà dire a fare in vantaggio di quella meschina. Ha fatto bene a venire per domandar consiglio; che da se non doveva mai azzardarsi a passar la notte in un luogo tale; ma, coll’obbedienza, non deve temer di nulla.

Quella risposta mi riempì di meraviglia e di contento insieme: meraviglia perché dal P. Rettore non me la sarei aspettata una risposta sì chiara e pronta in cosa di tanta gravità (specialmente per avergli io manifestato il caso in modo affatto ordinario); e contenta altresì provai non solo pel bene che mi riproponevo di fare, coll’aiuto divino, a quella meschinella ma anche perché, in tal modo, non m’ero vista costretta a manifestargli quello che di straordinario era avvenuto. Prima di lasciarmi andare, volle sapere se avevo persona d’età con cui accompagnarmi.

“Andrò con mia vecchia amica – risposi, alludendo alla Madonna”.

 

Avvenuta la debita autorizzazione
Sollecita s’avvia al fango per strapparne un cuore

È evidente che Giuseppina col recarsi “nel luogo infame” ubbidiva alla Madonna:
“Chiedine la dovuta licenza e vai, senza timore e indugio. Io ti sarò dappresso”

Ed ella la sera stessa si accinse ad eseguire l’ordine e le istruzioni della B. Vergine; dall’austero Domenicano chiara e illuminata autorizzazione aveva avuta, pur trattandosi di una missione tanto rischiosa.

Giuseppina “giovane intraprendente” per nulla paventando quell’avventura, avviluppata umanamente in un alone di pericolosità, fiduciosa nella Mamma celeste, a lei vicina, tempo urgendo per salvare un’anima in pericolo, si recò nella casa indicata immediatamente, nonostante il “gran ribrezzo”.

“Mi fu facile l’ingresso nella stanza dell’inferma – così ella scrisse – che trovai sola e affranta da un’asma affannosa.

  • Sorella mia – le chiesi – voi soffrite tanto, nevvero?
  • Tanto! – mi rispose – Ma chi è lei?
  • È inutile che vi dica il mio nome; voi non potete conoscermi.
  • Ma allora perché è qui?
  • Per scongiurarvi in nome della Madonna a detestare i vostri peccati e a riconciliarvi con Dio, prima che vi presentiate al suo cospetto.
  • Ah, signorina! Non nomini in questo luogo di peccato il Nome augusto della più pura fra le donne; sarebbe un profanarlo! In quanto poi al perdono de’ miei peccati, come oserei, se furon tanti e tanto grossi?

È qui, coprendosi il volto colle mani, piangeva dirottamente”.

 

Prima rabbiosa reazione

Nel mentre che la poverina versava calde lacrime, eccoti tre donne. La più anziana, impettita davanti a Giuseppina, con cipiglio severo e con accento burbanzoso:

  • Cosa volete voi di questa? – chiese, indicando l’inferma.
  • Dacchè la scienza non può salvarle il corpo – questa la calma risposta – io voglio provarmi a salvare l’anima.
  • Voi! – beffeggiò la donna – Sarete forse mandata dai preti a carpire qualche soldarello e questa disgraziata?
  • Non i preti mi mandaran qui, ma la Madonna che vuole ad ogni costo salvare la poverina.
  • Sì… la Madonna! – sogghignò la beffarda interlocutrice; e fu a questo punto ch’essa, lesta, alzò il braccio pronto a percuoterla; ma glielo impedì lo scatto delle due compagne; queste, d’aspetto meno arcigno, quasi a forza la trascinarono fuori della stanza.

 

La ringrazi per me, signorina!

Si riaccostò allora Giuseppina al letto dell’inferma, la quale ancora piangeva; mise la candida sua mano su quel capo scosso dagli ormai meno impetuosi singhiozzi. E’ allorché dopo brevi istanti si fu calmata:

  • “Domandate – le consigliai – che vi trasportino al vicino ospedale di S. Giacomo, ove potrete avere un Sacerdote; manifestando a lui le vostre colpe, ne riceverete il perdono.
  • Ma sono tali e tante signorina, ch’è impossibile – e ripeteva – è impossibile il perdono!..
  • Per quante esse siano e per quanto gravi, speriamo completamente dall’animo vostro, sol che il Sangue di Gesù vi si riversi. A voi rincresce, nevvero, di averlo offeso?
  • Se mi rincresce! – e qui altre lacrime di dolore.
  • Fatevi animo, sorella mia. Se grandi sono state i vostri peccati, più grande, infinitamente più grande è la misericordia di Dio!
  • Ma come mai – replicava fra i singhiozzi – lei, giovane e onesta non ha avuto ribrezzo d’entrare in questa casa d’inferno? Ma lo sapeva, lei, chi sono io?
  • Io non vi conoscevo; ma la madonna, apparendomi mi ha detto: “Io voglio che tu vada questa sera stessa in via Frattina, ad assistere una povera mia figlia, al fine d’indurla ad ravvedimento. Da anni e anni vive in un luogo infame, ove fu tratta per inganno a tredici anni”.
  • E’ proprio così, signorina mia?… La Madonna le ha detto questo?… Ce l’ha mandata Lei qui?… La ringrazi per me, signorina… Avevo ripugnanza d’andare all’ospedale; ma per confessarmi non vedo altra via. Qui il Sacerdote non lo lascerebbero entrare. Ma anche per lei, signorina, è necessario che ne esca presto; potrebbe veder cose che la scandalizzerebbero; telefoni alla pubblica assistenza; andrò all’ospedale. Mi venga a trovare, signorina, che, dopo essermi confessata, prima di morire voglio baciarle la mano.
  • La bacerete per me alla Madonna quando la vedrete in Paradiso. Ma ditemi: nella vostra vita le rendeste forse qualche speciale ossequio?
  • Io? No che mi ricordi… Prima però che entrassi in questa casa maledetta, era nella congregazione delle Figlie di Maria… Allora ero buona e innocente; ma poi l’ho profanata la mia medaglia…
  • Ebbene, coraggio, sorella mia; La vergine Santissima non s’è dimenticata d’esservi Madre, benché voi vi siate dimenticata d’esserle figlia. Maria SS.ma è Madre specialmente dei peccatori; e come il Divin Suo Figlio ci fu dato per redimerci dalla schiavitù del peccato, così Maria SS.ma ci fu data per ritrovare la via della salute. Per Maria ne venne Gesù; se smarrito, solo per Maria possiamo riaverlo. Voi avete trovato Maria, o meglio Maria SS:ma è venuta a rintracciare voi; tenetevi dunque certa di rinvenire Gesù.

Lasciai all’inferma una medaglia della Vergine ed uscii dalla camera”.

 

Altre furiose razioni

Indi la sorella apostola, con animo riconoscente alla Madre celeste per l’esito dell’incarico e al contempo esultante di un gaudio che il solo umido brillìo dagli occhi appalesava, si diresse verso l’uscita. Giunta all’inizio delle scale, fu avvicinata dalle altre donne della casa: forse le tre medesime di mezz’ora prima nella camera dell’inferma. Livore, rabbia, furore proruppero sì feroci ch’ella n’ebbe una tale spinta da ruzzolare per una branca di scale.

Non un grido, né un lamento ella emise; tacque; e come se nulla fosse, uscì sulla strada con le reni doloranti ed un ginocchio, contuso. Era abituata – si vedrà altre volte – alle brutali reazioni delle forze del male ed ai ruggiti di scale.

La piena del suo cuore quella sera era tale e l’ansia di concludere quella missione la spronava così che a nessuno fece cenno dell’accaduto; e mai forse la cosa si sarebbe saputa, se una reazione analoga non si fosse verificata tre giorni dopo, cioè il 20 maggio.

In questo giorno Giuseppina, nella basilica di S. Pietro, aveva assistito alla solenne cerimonia della beatificazione degli otto Martiri dell’Ordine di S. Domenico i quali nel Tonchino, nel febbraio del 1745, avevano testimoniato col Sangue la Fede cristiana.

“ Quando finì la funzione – narrò poi – ero molto raccolta. Mi sentivo un gran desiderio di baciare il piede a S. Pietro, e lo procurai, arampincadomi per son piccola. Ma mi fu dato un gran ceffone – penso che sia stato il demonio – per il quale sbattei al piede della statua col naso e con i denti che mi rimasero indolenti”.

Tenuta per obbedienza a riferire sul ceffone ricevuto, nell’occasione ricordò l’incidente che le era occorso all’inizio delle scale nella casa infame, anche perché durante quei giorni non le era stato possibile stare inginocchiata oltre un tempo piuttosto breve.

Quella sera del 15 maggio, uscita all’aria pure, Roma l’accolse con le luci della notte, mentre il cielo, scintillantissimo con le innumerevoli stelle, plaudente applaudiva.

“Mi recai – narrò poi – ad una vicina farmacia, dove telefonai subito alla pubblica assistenza, raccomandando la massima urgenza”.

 

“Grazie a te, figlia diletta!”

Erano suonate da poco le ore ventidue; quando rientrò nell’appartamento delle sorelle Borzelli, in via Ripetta. Stanca, dolorante, ma gioiosa, sbocconcellò un po’ di cena; indi si ritirò nella sua camera

“Nel mentre mi provavo – scrisse il giorno dopo – a rendere le dovute grazie alla Vergine per avermi scelta ad istrumento delle sue misericordie, nuovamente mi apparve, e:

  • Grazie a te, figlia diletta – mi disse – per aver eseguito appuntino quanto ti ordinai. Dio ti rimeriti!

Poi disparve, lasciandomi confusa per tanta benignità e grandemente consolata.

 

Invidiabile fine della figlia di Maria

Il mattino del giorno seguente, per tempo, alle 5 e trenta, Giuseppina si recò all’ospedale di S. Giacomo, memore del desiderio espresso la sera innanzi dall’inferma:

  • Mi venga a trovare, signorina, che, dopo essermi confessata, prima di morire, voglio baciarli la mano.
    “Vi ritrovai la mia sorellina prossima a dare l’ultimo respiro.
    S’era già confessata, ed aveva ricevuta l’Estrema Unzione. Per il vomito continuo – aveva pure un cancro allo stomaco – non poté ricevere la S. Comunione, benché ne avesse mostrato vivo ed umile desiderio.

Mi riconobbe e, posando la sua mano sulla mia, voleva portarla alle labbra; ma non glielo permettevano le forze. Allora io vi appressai il Crocifisso e le sussurrai all’orecchio:

  • Le mani di Gesù baciate; esse vi apriranno il paradiso.
  • Gesù buono! – mormorò – A me il paradiso?

Impedita a trattenersi per altri impegni, ella inviò al capezzale della moribonda una signore che l’assistete fino alla morte, che avvenne verso le ore quattordici. Questa pia donna riferì poi che le ultime parole erano state di umiltà, di confidenza e di gratitudine:

  • Gesù buono! – ripeteva – A me il paradiso?…a me?…Grazie…grazie!
    “Lei beata – scrisse Giuseppina – che, sia pure in fin di vita, si è data a Gesù”.

Alla prima occasione ella non omise di tranquillizzare il Dominicano che le aveva autorizzata una visita azzardosa, col fargli riferire l’invidiabile fine di quella figlia di Maria, pecorella smarrita, e da Maria SS.ma ritrovata! Per il suo ritorno Dio quel giorno si fece gran festa in cielo, più che per novantanove giusti perseveranti.

“Ma quanti! Oh quanti fratelli ci sono – sc

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