Lunedì, 07 Maggio 2012 01:00

LA MALATTIA

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La vita e la prova della malattia

Una vita che vacilla

Sapere che si è colpito da una grave malattia fa vacillare tutta la propria vita.

Allo choc e allo stupore dei primi giorni spesso segue il rifiuto della realtà (“non è vero!”), il crollo (“perché proprio a me?”) o la colpevolizzazione (“è colpa mia se…”).

Turbata nel più intimo del suo essere, la persona malata vede che tutto il campo dei suoi pensieri è invaso dalla malattia.

Talvolta costretto a letto durante il giorno, non segue più il ritmo delle persone attive (“a cosa servo?”)

Ammalarsi, spesso obbliga a non poter più contare sulle proprie forse, fare progetti, proiettarsi nel futuro.

Talvolta si deve anche rinunciare alla propria vita professionale, familiare, ai propri impegni e attività.

Accentando che l’esistenza è diventata fragile e precaria, è grande la tentazione di chiudersi in se stessi, ribellarsi, disperare…

Ma è possibile, e anche auspicabile, decidere di lottare contro la malattia, di mantenere a ogni costo una vita il più normale possibile.

 

La sofferenza esiste per essere combattuta, eliminata o trasformata

Tante separazioni

La malattia, soprattutto se è lunga o grave, è causa di numerose separazioni:

  • Con il proprio corpo: non risponde più perfettamente o diventa gravemente compromesso in una delle sue funzioni (respirazione, circolazione, digestione, deambulazione ecc.).
    Può quindi aver bisogno di medicine, interventi chirurgici, attrezzi, trattamenti pesanti…
  • Con il proprio ambiente: perché, improvvisamente, la vita cambia: molto spesso non si può più uscire di casa, lavorare come prima, avere le stesse distrazioni. Si vive al rallentatore.
  • Con le persone: i parenti, i colleghi e gli amici. All’ini­zio, vengono a trovarci. Dopo qualche settimana, vengono più raramente…
  • Con se stessi: chi si ammala gravemente – soprattutto se è la prima volta – si ribella contro se stesso e si chiude in un senso di impotenza e di colpa, non è più in pace con se stesso. Esiste un’ultima frattura possibile: quella del rapporto di fiducia con Dio. “Mio Dio, perché mi hai abbandonato? Se veramente il padre che mi ama come un figlio? Se lo sei, perché permetti che accada tutto questo? E perché proprio a me?

Decidere di combattere

Dopo lo choc dell’annuncio, quando la diagnosi è più precisa, ed eventualmente accettata meglio, il futuro è una sfida permanente.

Dal punto di vista psichico si attraversano fasi alterne e spesso si arriva a “scendere a patti” con la malattia: il malato realizza che la malattia è parte integrante della sua propria storia.

Comincia a “combattere” quan­do ha accettato che la malattia ha colpito proprio lui, ed è assolutamente necessario che la accetti… Si sente così spinto ad agire, in particolare nei confronti dell’ambiente medico, per trattamenti, per difendere con le unghie con i denti la sua libertà di paziente.

Con l’aiuto dei suoi

Naturalmente, nessuno può vivere la malattia al posto di un altro. Chi gli sta accanto può tuttavia accompagnare, aiutare, rassicurare il malato, che fa presto a capire con chi può parlare e chi, invece, non ha la forza e la pazienza di ascoltarlo, di comprenderlo. Le famiglie e i terapeuti che hanno a che fare quotidianamente con persone malate ne sono pienamente coscienti: Umiltà, ascolto e tatto sono necessari per permettere al malato di “uscire” da se stesso e comprendere che, anche se si sente meno in forze, occupa ancora un posto e ha un ruolo attivo.

La malattia è anche una prova di fede

Seguendo l’esempio di Cristo, la Chiesa non ha mai smesso di considerare i malati una delle sue priorità, in particolare con il sacramento dell’unzione dei malati, segno della tenerezza di Dio e momento d’incontro privilegiato del malato con il Signore.

Sentendosi accompagnato e amato da Gesù nella sua fragilità e debolezza, il malato riceve dallo Spirito Santo la forza di lottare contro la malattia e di avere una nuova speranza.

Questo sacramento vuole dare ai malti, se non la guarigione fisica, almeno la forza di accettare e sopportare la prova. Fa pensare a quel che succede a Lourdes: pochi lamati tornano guariti, ma quasi tutti riscoprono la speranza.

 

E inoltre…

Gesù e i malati

Durante la sua vita pubblica, Gesù ha incontrato malti, sordi, ciechi, paralitici. Ha provato compassione e si è meravigliato della loro fede. I miracoli che ha fatto sono altrettanti segni di una guarigione più profonda e definitiva: la vita eterna.

Estrema o unzione o sacramento dei malati?

In passato, il sacramento del­l’Unzione degli infermi era considerato la preparazione a una morte imminente. Ma la Chiesa ha voluto recuperare il senso originale e autentico di questo sacramento: è destinato a tutti coloro che soffrono gravemente nel corpo, anche se non sono in un punto di morte, e può essere ricevuto più di una volta. Consiste in una preghiera per invocare lo Spirito Santo, nella imposizione delle mani e nell’unzione fatta con olio sulle mani e sulla fronte, eseguita da una sacerdote.

Accompagnare le persone malate

Esistono molte strutture per l’assistenza ai malati e molti cristiani vi si impegno per ascoltare quanti soffrono e rendersi disponibili. Perché il desiderio principale di una persona malata rimane quello di essere amata, di poter ricambiare questo amore, di essere considerata una persona unica e di essere incoraggiati sotto tutti gli aspetti del suo essere.

Pregare con le persone malate

Esistono liturgie molto antiche per accompagnare i malati che hanno ancora la facoltà di seguirle. Per esempio la preghiera sul malato con imposizione delle mani, che tutti possono fare. È un “sacramentale” che si pratica troppo poco.

Si possono anche proporre ai malati gesti che diventano il segno di una presenza: segno della croce, ascolto della parola di Dio, preghiera, recitazione del rosario, comunione a domicilio.

I malati sono gli amici di Cristo

I malati che si uniscono alla croce di Cristo nella fede sono portatori di un mistero. Secondo la parola di Paolo, completano nella loro carne “quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa”. I malati e chiedere loro di intercedere per noi per i giorni in cui, anche noi, entreremo in quel mistero che è la malattia.

(Cardinale Godfield Daneels)

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