II. La Vergine–Madre.
Fondamento dell'unità dei primi cristiani nella fede


 

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Ultima Cena. Cristo, il Figlio del Dio vivente, ha amato i suoi fino alla fine, fino al supremo limite cui può condurre un Amore divino: ha concesso loro il Dono inestimabile di sé, che lo farà presente realmente, benché sotto esterno velo di pane e di vino, su tutti gli altari della terra, fino alla fine del mondo: finché tornerà!

È l’ora del commiato. Egli vede la sorte che l’aspetta; sa nei dettagli tutt’intera la sua Passione. Conosce pure il cuore e anche la fragilità dei suoi apostoli, dei discepoli, di tutti i credenti: ieri, domani, sempre. Il cuore è pronto a seguirlo; la carne è debole.

“Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte” (Mt. 26,31);
“poiché sta scritto: Percuoterò il Pastore e le pecore saranno disperse” (Mc. 14,27).

Questa previsione gli riempie il cuore di tristezza:

“Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per proprio conto, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me”
(Gv. 16,32).

La sua solitudine è confortata dalla presenza indefettibile del Padre, ma indubbiamente anche dall’indefettibile presenza della Madre, che sola non si disperderà né mai lo lascerà , anzi, fusa in Lui, gli starà accanto, inchiodata con l’anima e con l’amore desolato alla sua Croce, accompagnando la sua morte, attendendo la sua risurrezione. Scrive S. Ambrogio:

“La Madre stava ritta ai piedi della Croce; e mentre gli uomini fuggivano, ella rimaneva là, intrepida…Mirava con occhio pietoso le piaghe del Figlio, dal quale sapeva che sarebbe venuta la redenzione del mondo, e offriva uno spettacolo non diverso dal suo. Il Figlio pendeva dalla Croce, e la Madre si offriva ai persecutori… Stava là per morire con Lui, perché sperava di risorgere con Lui, non ignorando il mistero di aver generato Colui che sarebbe risorto”.

È la perfetta discepola: modello ad ogni fedele e a tutta la Chiesa di unione indissolubile a Cristo, fino alla morte, e oltre la morte.

Ma prima di accomiatarsi ed entrare nella sua Passione, per fortificare i suoi e preservarli da defezioni e scismi, Cristo eleva la solenne preghiera, che accompagnerà come testamento la storia della Chiesa nel mondo fino all’ultima pienezza: fino all’immersione eterna in Lui e nel Padre ad opera dell’incarnato Amore:

“Padre santo,
custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato,
perché siano una sola cosa, come noi…
Per loro io consacro me stesso,
perché siano anch’essi consacrati nella verità…
Non prego solo per questi, ma anche per quelli
Che per la loro parola crederanno in me;
perché tutti siano una sola cosa,
come tu, Padre, sei in me e io in te,
siano anch’essi in noi una cosa sola,
perché il mondo creda che tu mi hai mandato…
Io in loro e tu in me,
perché siano perfetti nell’unità
e il mondo sappia che tu mi hai mandato
e li hai amati come hai amato me…”
(Gv. 17,11.19-21.23)

 

– 2 –

La Chiesa muove i suoi primi passi nel Cenacolo. Maria, che nell’ultima Cena era rimasta nell’ombra, ora compare in primo piano, accanto agli Apostoli: è anzi al centro, lei, la Madre di Gesù! Cristo è salito al cielo,; davanti a loro s’allarga la terra. Sbigottiti dal compito immenso, si raccolgono in preghiera.

“Tutti questi (cioè gli Apostoli) erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i fratelli di lui”.
(At. 1,14)

Apostoli, donne, parenti, gerarchia e fedeli: son tutti uniti, con Maria, in preghiera assidua e concorde. Implorando la Spirito Santo, di cui solo lei aveva soave esperienza. Li guida lei alla Pentecoste, che renderà la Chiesa “una santa”, e la costituirà portatrice al mondo del dono della Parola e dello Spirito, il quale d’ora in poi, come onda di luce, si propagherà purificatore e trasformante attraverso questa Chiesa fatta di uomini, mediante questi uomini che sono la Chiesa, per fare della terra tutta un’unità in Cristo.

 

– 3 –

Nel cenacolo la Chiesa si forma; al Cenacolo ogni giorno ritorna, per cementare – nella rinnovata effusione dello Spirito – la sua unità: perché ogni Messa è un Cenacolo che si perpetua nel mondo e fonde i molti in uno:

“Siete una cosa sola – scrive Ignazio di Antiochia nel I secolo – un’unica supplica, un’unica mente, un’unica speranza nell’amore, un’unica gioia purissima: questo Gesù Cristo!… Accorrete dunque tutti a quell’unico tempio di Dio, intorno a quell’unico altare, che è Gesù Cristo!”.

E sul Pane consacrato così pregano le comunità cristiane del I secolo:

“Come questo Pane spezzato, prima sparso sui monti,
è stato raccolto per farne uno solo,
così raccogli la tua Chiesa dalle estremità della terra
nel tuo regno!”.

La presenza storica di Maria, narrata dalle Scritture, si ferma proprio qui, nel Cenacolo: o meglio, rimane perenne in ogni Cenacolo, dove la Chiesa, riunita attorno all’altare, rivive e rinsalda la sua unione con Cristo: perché è Maria la sorgente perenne de doni sacramentali, anzi dell’umanità santa di Cristo, che effonde sul mondo la Grazia unificante.

Canta la Chiesa cattolica:

“Ave corpo vero, nato da Maria Vergine!”.

E la Chiesa bizantina:

“Ave per noi sei la fonte dei sacri misteri;
Ave, Tu sei la sorgente dell’Acque abbondanti.
Ave, o fonte che l’anime mondi;
Ave, fragranza del crisma di Cristo;
Ave, Tu vita del sacro banchetto!”.

Il Cammino di unità e di grazia della Chiesa peregrinante verso la Patria è contrassegnato da questo Dono che essa fa ai suoi figli, dovunque si trovino: Cristo, frutto di Vergine-Madre! Il Cristiano Abercio, sul finire del secolo II, volle incise sulla tomba le solenni parole:

“Abercio è il mio nome; sono discepolo d’un casto Pastore,
che pasce greggi di pecore sui monti e nei piani,
che ha occhi grandi, il cui sguardo giunge dovunque.
Lui m’insegnò le parole veraci della vita.
Lui mi mandò a Roma a contemplare la reggia,
e vedere la regina del manto e dai sandali d’oro.
Qui ho visto un popolo che porta un luminoso sigillo…
Avevo con me Paolo. La fede ovunque mi guidava,
e ovunque essa mi forniva in cibo un Pesce di sorgente,
grandissimo, puro, che casta Vergine ha pescato,
e lo distribuiva agli amici da cibarsene in perpetuo…”

 

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Ma l’unità d’amore, che l?Eucaristia genera ed alimenta, ha il suo ceppo saldo nell’unità di fede e la sua radice profonda nell’unità gerarchica: attorno al Vescovo si cementa la Chiesa; sul Vescovo poggia la trasmissione apostolica della Verità. Scrive Cromazio di Aquileia:

“La Chiesa si riunì nel Cenacolo con Maria, la Madre di Gesù, e i suoi fratelli. Non si può dunque parlare di Chiesa, se non c’è Maria, la Madre del Signore con i suoi fratelli: ivi infatti è la Chiesa di Cristo, dove si predica che il Cristo si è incarnato dalla Vergine; ivi è autenticamente predicato il vangelo, dove predicano gli Apostoli”.

Nel suo primo annuncio fondamentale, la Chiesa si è trovata a proclamare un fatto inaudito: Dio s’è fatto uomo! Il suo annuncio, anche davanti all’incredulità dei giudei e alle derisioni dei gentili, non muta: Dio s’è fatto uomo! Il Verbo si è fatto carne! E? questo il Vangelo, un grido di gioia sull’oscurità umana. La Chiesa mostra con fierezza la grotta dove Cristo è nato, il paesino dov’è cresciuto, il luogo scabro dov’è morto crocifisso, il sepolcro da cui è risorto; confessa con vanto che la sua Madre era ebrea, povera, che si guadagnava il pane col lavoro; ma la professa con fermezza Vergine divinamente feconda, anche se ciò pare simile ad alcuni miti pagani, a favole inventate da poeti. Perché non è favola, ma verità assoluta, che Dio in persona, volendo salvare l’uomo, si degnò assumere in sé l’uomo, edificando da questa nuova Terra Vergine – con la potenza del suo Spirito – una carne vivente al verbo della Vita.

“Il Verbo del padre – scrive Ireneo di Lione – per immenso amore verso la sua creatura, accettò di nascere da una Vergine, per riunire in Sé e per mezzo di Sé stesso l’uomo a Dio”.

Il Verbo dunque è il centro luminoso, che congiunge il Padre creatore con la creatura perduta, riportando la pecorella smarrita al Pastore divino; l’Incarnazione è il nodo di confluenza di tutte le strade umane, il punto unico e insostituibile della riconciliazione con Dio, con i fratelli, con noi stessi, col tempo, con le creature.

 

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Sul finire del primo e per tutto il secolo secondo della Chiesa di Cristo corse il più grave pericolo della sua storia. La scienza teologica ed esegetica del tempo, nata ai margini delle comunità cristiane, tentò di manomettere la Verità, interpretando i fatti come miti, permettendosi ognuno di leggere e capovolgere i testi sacri a proprio piacimento, col pretesto di cercare più a fondo e di trovare cose nascoste. Si autodefinivano “gnostici”, cioè sapienti e conoscitori: Satornilo, Menandro, Cerinto, Basilide, Marcione, e più di tutti Valentino con una schiera di discepoli; invasero il mondo con la loro abbondante produzione letteraria.

Forti del proprio sapere e spacciandosi per soli conoscitori della Verità occulta, osarono invadere il campo sacro con le loro teorie: catalogarono, smembrarono, divisero. Divisero addirittura Dio da se stesso, moltiplicando le sussistenze divine ora in 30 ora in 300 e più essere i distinti, che chiamarono Eoni; divisero il Cristo, distinguendo accuratamente in Lui, quasi realtà separate, Gesù, il Salvatore, lo Spirito, l’Unigenito; divisero la creazione in buona e cattiva; divisero l’uomo, mostrandolo infelice amalgama di bene e di male, destinando il corpo alla dissoluzione finale, l’anima alla pace, lo spirito alla luce. Poggiando su alcuni brani di sacre Scritture, che essi mutilavano, storpiavano e interpretavano a loro insindacabile giudizio, seminarono l’errore con la forza del sapere.

A queste interminabili disquisizioni ereticali, che svuotavano la realtà storica di Cristo, riducendolo a mera parvenza umana, e la salvezza da lui operata a pure conoscenza, la Chiesa dei semplici rispose innanzitutto con la vita:

“Se Cristo soffrì solo in apparenza – esclama il martire sant’Ignazio – perché sono incatenato? Perché anelo alla lotta contro le fiere? Inutilmente andrei alla morte! Una falsa testimonianza darei al Signore!”.
“Ma io ceco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò…Lasciate che io imiti la passione del mio Dio!”.

La Chiesa dei semplici rispose ancora con un netto rifiuto:

“Tappatevi gli orecchi – scriveva allora sant’Ignazio ai fedeli – se qualcuno vi parla in altro modo di Gesù Cristo. Egli è dalla stirpe di David, egli è da Maria: veramente nacque, mangiò e bevve; veramente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato, veramente fu crocifisso e morì…; veramente risuscitò dai morti…”

È questa la norma immutabile di fede, che tutte le Chiese sparse nel mondo, in consonanza perfetta, custodiscono e trasmettono: ieri come oggi.

 

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Alcuni però tra dotti cristiani si cimentarono contro gli gnostici: Giustino, Melitone, Ireneo, Tertuliano, Ippolito, Origene, ed altri insigni nomi dell’antichità. Lo loro risposta ebbe una linea precisa: la storia della salvezza; e un denominatore comune: l’unità del piano di Dio.

La teologia della Chiesa infatti è teologia della storia: una teologia di unità. Unità è Dio; unità il suo piano creativo; unità antologica l’uomo; unità la Rivelazione; unità la storia dell’umanità, anche se fratturata dal peccato; unità è Cristo; ritorno all’unità la Redenzione. È inoltre un riportare la scienza all’armonia della fede: poiché la verità non è equivoca, ma unica; non diversa per il dotto e l’ignorante, si che altro intenda il fedele, altro sottintenda il sapiente. La verità non si inventa: si accetta; è cosa divina, non umana; “Trasmessa”, non “trovata”. Non è soggetta ad arbitraria interpretazione, ma custodita nella Chiesa con “tradizione” ininterrotta, che risale a Cristo. Questo è l’esplicito pensiero dei Padri.

Cristo è l’architrave di questa storia di salvezza. l’Emmanuele, che in sé ricapitola tutt’intero l’uomo – corpo, anima, sensi e potenze - e tutto il processo evolutivo dell’uomo, dalla generazione alla maturità, e tutti gli individui umani, di cui si pone a Capo, per comunicare loro non la natura, ma la divinità, e renderli in tal modo “uomini” veri, quali il Padre li ha voluti: una misteriosa ed amorosa fusione del divino e dell’umano. Scrive Ireneo.

“Coloro che lo dicono soltanto un puro uomo, nato da Giuseppe, muoiono, perché rimangono nella schiavitù della’antica disobbedienza, non volendosi mescolare al Verbo di Dio Padre né ricevere dal Figlio la liberazione…Negando infatti l’Emmanuele, che è nato dalla Vergine, si privano del suo Dono, che è la vita eterna; e non accogliendo il Verbo elargitore d’incorruzione, restano nella carne mortale e son tributari della morte, perché non ricevono l’antidoto della vita”.

Ma questa storia della salvezza, che si accentra nell’Emmanuele, poggia su due granitiche verità: la Vergine; la Madre. Maria infatti è la base storica e la credenziale che la salvezza è compiuta.

Vera madre, più di ogni altra, in quanto da sola dona al Verbo la nostra natura, rappresentando l’intero albero umano; e Vergine: non solo perché ha conservato vergine il suo impulso d’amore a Dio e inviolato il grembo, ma soprattutto perché Dio stesso – esempio unico! – l’ha investita di Potenza dall’alto e l’ha resa divinamente feconda di un Frutto divino. Poiché “non da sangue, né da volere di uomo, né da volere di carne, ma da Dio egli è nato”, e così “il Verbo s’è fatto carne e ha posto la sua dimora tra noi” (Gv.1,13-16), diventando salvezza e comunicazione all’uomo di ogni dono di grazia.

La verginità feconda di Maria è “segno” che si è finalmente realizzato l’eterno progetto del Padre, perché Dio solo poteva di sé fecondare un grembo di donna; la sua maternità verginale è “segno” che tutto l’uomo, finalmente, è stato salvato in Dio. Maria è e resterà il “segno” permanente della nostra salvezza.

 

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Ma l’unità è dinamica: un cammino progressivo di luce in luce, guidato dallo Spirito santo, verso la piena conoscenza del mistero di Cristo. Maria fin dalle origini, è come la trama su cui si sviluppa questo cammino: la sua persona aiuta la Chiesa a scoprire se stessa in Cristo. Vergine interamente e per sempre consacrata a Dio; creatura in perenne ascolto della Parola; discepola di Cristo, cui tutti si ispirano; Madre potente, sotto il cui manto si rifugiano; modello sublime di come, amando, si possa diventare Madri di Cristo nel mondo.

“Come non appartenere al parto della Vergine, voi che siete membra di Cristo? Maria partorì il vostro Capo, la Chiesa voi. Infatti essa pure è madre e vergine: madre per le viscere di carità, vergine per l’integrità della fede e della pietà. Partorisce i popoli, ma essi son membra di quell’Uno, del quale essa è corpo e sposa, somigliando anche in ciò alla Vergine, perché anche nei molti, è madre dell’unità” (S. Agostino, Sermo 192,2)