La Vergine Maria prima discepola nella vita quotidiana


Il tema della nostra riflessione d’oggi, che vuole essere anche una contemplazione della figura di Maria e della luce che riceve il suo cuore, è ciò che approssimativamente possiamo denominare ‘vita quotidiana’, intendendo con questa parola gli eventi privati della sua vita e anche pubblici che non abbiamo le caratteristiche di speciale dolore o gioia, che lasciamo per i sabati successivi.

Per ragione di chiarezza parleremo degli insegnamenti ricevuti dal Padre, poi dallo Spirito Santo e in terzo luogo da Gesù, senza pretendere con ciò di fare una divisione netta dell’azione delle tre divine Persone, perché piuttosto si intrecciano e fondono intimamente.

 

I. La Vergine Maria “la prima discepola del Padre”


Nel trattare adesso degli insegnamenti che il Padre imparte a Maria, dobbiamo ricordare, come già abbiamo accennato, che non è nostra intenzione escludere altri intermediari in questo insegnamento, ma indicare solo che Maria riceve come proveniente da lui ciò che trasforma, illumina, ispira il suo cuore.

Così inteso, il ruolo del Padre come Maestro lo possiamo veder rispecchiato principalmente in due eventi che ci racconta il Vangelo di Luca: l’Annunciazione e la Visitazione. Questi saranno i nostri due punti.

Asserire che nell’Annunciazione è il Padre che insegna a Maria richiede forse una giustificazione.

Siamo abituati a considerare in questo evento, inizio della nostra salvezza, l’azione dello Spirito Santo, per cui attribuire l’insegnamento che esso contiene per Maria direttamente al padre, sembra alquanto forzato.

Tuttavia, guardando l’evento dalla prospettiva di Maria e anche dello stesso evangelista Luca, colui che si presenta come mandante dell’angelo Gabriele, che gli dà l’incarico e mette sulle sue labbra le parole di saluto alla Vergine e la proposta di diventare ‘madre’, non è altro che Dio Padre.

Inoltre, il primo punto culminante di questo annunzio si trova senza dubbio nelle parole: “Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc. 1,35b). Infatti quanto precede con tutta la sua grandiosità di saluto, di rasserenamento, di spiegazione, è solo un meraviglioso preludio; così come le parole che seguono sono di conferma. Al contenuto centrale, infatti, di questo annunzio vanno rivolte le parole di fede della Madonna: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc. 1,38).

Se ciò viene accettato, allora possiamo parlare degli insegnamenti che Dio Padre dà per primo alla Madonna in maniera del tutto privilegiata, ma attraverso di lei a tutti noi. Questi insegnamenti sono di grandissima importanza per la nostra vita spirituale.

Tali insegnamenti li possiamo ridurre a quattro: che è Padre, che agisce nel creato, che chiede collaborazione, che rende partecipi della sua paternità

  1. Dio è Padre.

    Le parole “Figlio di Dio” possono avere un senso debole e un senso forte. Nel primo caso, viene significato un rapporto speciale fra Dio e la persona singola o comunità denominata ‘figlio’, rapporto però che non tocca direttamente la natura di questa persona, la quale rimane pura creatura. Nel senso forte, invece, la parola ‘Figlio’ indica che uno ha con Dio comunione di natura e che, in maniera analoga a quanto accade nella paternità umana, il Padre lo ha generato, risultando così tra loro una identità di natura divina. In questo senso esigente e forte del termine, S. Paolo parla di Cristo Gesù come del ‘Figlio’ nel prologo della lettera ai Romani:

    “Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti”. (Rm. 1, 3-4)

    In tale senso devono essere intese anche qui le parole, perché rispecchiano la fede della Chiesa primitiva.
    I teologi sottolineano oggi con sfumature differenti che la vita intratrinitaria di Dio si rivela e ci viene manifestata appunto per la Trinità che chiamano ‘economica’, cioè per il suo agire entro il mistero di salvezza. Di qui possiamo affermare che la prima persona umana, cui viene insegnato questo mistero del Padre che nell’eternità genera il Figlio suo, è Maria, perché è lei la prima a conoscere che il ‘figlio’ che nascerà sarà ‘Figlio’ di Dio.
    Il fatto di rivelare a Maria per prima questo mistero divino, fonte dalla quale scaturiscono tutti gli altri, è certamente situarla in un posto di particolare intimità e amicizia e in pari tempo far brillare dinanzi agli occhi del suo cuore il titolo più gradito a Dio stesso, quello di Padre. Gesù lo sapeva bene perciò insegno ai suoi discepoli a chiamarlo Padre, nella preghiera tipicamente cristiana del Padre Nostro. Maria è la prima creatura umana ad imparare questo mistero e con esso quanto la denominazione di Padre porta con sé: bontà, amore, sollecitudine, cura, generosità.
    La rivelazione di questo mistero, che merita benissimo le parole di Paolo: «… quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entreranno in cuore di uomo» (1 Cor 2, 9), non potevano non commuovere, anzi sconcertare almeno per un attimo l’animo della Vergine Maria. Luca ci parla del turbamento di lei dopo il saluto dell’angelo; è una maniera di farci capire che Maria entrava in contatto del tutto singolare con la presenza della divinità. L’angelo la rassicura e toglie da lei ogni timore. Tuttavia, l’essere introdotta nella profondità del mistero della paternità di Dio, doveva far vibrare i sentimenti più profondi del suo cuore, perché Maria intuisce che il Figlio di Dio sarà anche suo figlio.
    Ciò può venir dipinto con i colori e le tonalità soavissime del pennello di un Beato Angelico, ma in realtà mi sembra che occorrerebbero colori e luci più intense e di fuoco per farci capire lo spessore divino di questa esperienza di Maria. Tale intensità però, o se si vuole tale luce abbagliante, appunto perché proveniva da Dio come Padre, svegliava in Maria il sentimento di amore, di riconoscenza e di gratitudine più attraente che si possa immaginare.
    Maria riceve questa lezione con tutta la sua ricchezza in maniera tale che resta coinvolto tutto il suo essere: intelligenza e volontà, affetti e sentimenti più profondi.

  2. Dio agisce nel creato.

    Da qui non è difficile fare il secondo passo ed affermare che Maria, forse come nessun altro discepolo, impara questa verità: Dio agisce nel creato, non rimane lontano dalle sue creature, ma interviene in esse secondo i disegni della sua sapienza.
    Possiamo affermare che uno degli insegnamenti maggiormente impostati ricavabili dall’AT è che Dio non solo è il creatore del cielo e della terra e sarà il giudice di tutti, ma interviene nella storia umana e anche in quella delle singole persone nei tempi da lui stabiliti. La locuzione metaforica “ con mano potente e braccio teso” ripetuta per parlarci della liberazione dall’Egitto e prediletta del Deuteronomio, non vuol sottolineare altro che l’efficacia dell’intervento divino. È da notare che Luca mette sulle labbra della Vergine l’espressione: Ha spiegato la potenza del suo braccio” (Lc. 1,51), per spiegare quanto Dio ha operato in Lei.
    Debbo però sottolineare una cosa. In un primo momento questo agire di Dio come Padre, che comporta che Maria diventi madre, rimane impercepibile e nascosto; Maria lo deve accettare per fede. E ciò fa sì che possiamo dire che la Vergine viene sottomessa a una prova precisamente della sua fede-fiducia nel potere onnipotente di Dio.

  3. Dio chiede collaborazione.

    A proposito della collaborazione umana richiesta da Dio, avviamo la nostra riflessione dal presupposto che Dio ha sempre l’assoluta iniziativa nell’ordinare e nel determinare i piani di salvezza e nell’avverarli nei tempi stabiliti.
    Questa iniziativa divina che si protrae dando aumento e crescita alla sua parola che, come seme divino, fa fruttificare nei cuori la sua grazia e nella storia umana la sua presenza per mezzo della chiesa, non esclude, anzi positivamente include, anzitutto, la libera cooperazione umana. A diversi livelli e in maniera multiforme Dio invita la persona umana a trasmettere la sua parola, a dare testimonianza, ad adoperare i mezzi di salvezza che sono i sacramenti. Ma in modo specialissimo nel rapporto interpersonale con la singola persona, invita ognuno ad accettare e a collaborare con la sua grazia, perché così ha voluto realizzare il suo disegno di amore, come Padre amatissimo.
    Maria ha una esperienza del tutto singolare di questo invito, di questo rispetto, di questa maniera così confacente con l’onnipotenza e bontà divina e la dignità dell’essere umano, che egli ha creato a sua immagine e somiglianza.
    L’angelo attende questa risposta della Vergine Maria a parte da lei solo quando l’ha ricevuta.
    Questa risposta abbraccia tutto l’uomo, ma la possiamo considerare a due livelli: il livello più umano dell’attività spirituale e quello, complementare al precedente, che comprende anche il corpo e tutto quanto questa parola include nella terminologia del Nuovo Testamento.
    Al primo livello, che è senza dubbio il decisivo, Dio chiede una risposta di fede, cioè ritenere per veritiero quanto egli manifesta e disporsi ad obbedire al disegno della sua volontà in esso manifestata. Ciò porta con se: amare la persona di Dio e sperare che egli compirà quanto promette. In questo intrecciarsi delle tre virtù, che lo Spirito Santo infonde nel cuore, in un primo tempo è la fede che prende il sopravento. Essa è, come già ribadita il Concilio di Tridentino parlando della giustificazione, “inizio, fondamentale e radice di ogni giustificazione”.
    Orbene questa fede, che ammette gradi di perfezione, viene presentata da Paolo come un riconoscere la potenza di Dio in due fatti che possiamo chiamare di posizione estrema: Egli ha potere di far esistere quello che non è e di risuscitare i morti (cf. Rm. 4, 17; 1Cor. 1,29). Tra questi due punti estremi, nei quali si manifesta l’onnipotenza di Dio come creatore e glorificatore, si trova tutto il mistero di salvezza nel quale di dispiega questa forza veramente divina. Entro questo piano di redenzione e di salvezza occupa il primo posto il far concepire una vergine senza intervento umano. Se accettare ciò può rappresentare non piccola difficoltà per gli stessi credenti, possiamo immaginare la perfezione di fede che si richiede nel caso singolare e personale, come Maria, alla quale si propone questa manifestazione del potere divino che lei stessi deve percepire.
    Da qui l’importanza e il valore eminente dell’atto di fede della Madonna: ella crede che ciò sia possibile e crede che si avvererà in lei. Questa lezione impartita dal Padre alla Vergine Maria è accettata da lei con piena consapevolezza di quanto ciò rappresenta dinanzi al rapporto con lo sposo Giuseppe e indirettamente rispetto a tutti quanti la conoscono; è una prova e nel contempo la massima manifestazione di amore, fiducia da parte di Dio nella disponibilità piena di Maria. Sant’Agostino ha intuito l’importanza di questa risposta di fede e ci dice che Maria ha concepito Cristo, prima per la fede – e a questo livello è maggiormente madre di Gesù – e poi nel suo corpo verginale.
    Anche Elisabetta la chiamerà beata per avere creduto. Ma la lezione del Padre raggiunge pure l’altro livello, quello che possiamo chiamare sensibile e corporale. Ed ella offre il suo corpo, e apprende che il Padre per l’azione dello Spirito Santo lo renderà fecondo; concepirà quindi e darà alla luce un figlio che chiamerà Gesù.
    Pochi giorni dopo, Maria potrà essere testimone sia della verità della parola di Dio che della sua potenza. Testimone di privilegio per tutti i credenti in Cristo.

  4. Dio Padre fa partecipe Maria della sua paternità.

    Da quando abbiamo esposto sulla collaborazione che Dio Padre chiede a Maria, si fa palese che il sì di accettazione imbevuto di fede, di fiducia e di amore è la risposta di una discepola privilegiata che asseconda i disegni misericordiosi del Padre.
    Ora dobbiamo rilevare l’aspetto singolare incluso in questa lezione. Dio Padre eleva la cooperazione umana al livello particolarmente suo e più misterioso: quello di partecipare alla sua paternità rispetto a Gesù. Questo elevare e sublimare l’azione umana all’ordine della paternità, deve essere ben inteso. La distanza fra Dio e la creatura resta sempre infinita non solo di grado ma di qualità. Tuttavia questa benevolenza è un privilegio straordinario.
    Paolo concepisce la sua attività di apostolo e la esprime come un’azione di ‘padre’ che genera nel cuore dei credenti Cristo Gesù (1 Cor. 4,15; Gal 4,19). Queste affermazioni di Paolo: “ vi ho generato in Cristo Gesù”, “figlioli miei che io di nuovo partorisco, sono da intendersi come partecipazione analogica della paternità del Padre, paternità sostanziale ed originante ogni altro generare.
    Nel caso della Madonna, la partecipazione è ancora molto più eccelsa, anzi unica. Il Padre, per mezzo dello Spirito Santo, assumendo la sua femminilità, la costituisce non solo madre di Gesù, ma madre di Dio. La ricchezza di questo mistero, che ha richiesto dei secoli perché la Chiesa ne prendesse piena coscienza e formulasse con piena autorità nel Concilio di Efeso il titolo di ‘Theotokos’, ‘Madre di Dio’, attribuito alla Vergine Maria, possiamo considerare che sia stata rivelata alla Madonna nel momento stesso dell’annunciazione, perché colui che i suoi sensi esterni vedono come ‘figlio’ suo, la sua fede lo contempla come Figlio di Dio, secondo le parole dell’angelo.
    Gesù, che per la sua natura divina è il Verbo, per la sua natura umana, ricevuta da Maria, è figlio di lei. Ma l’unione di queste due nature nell’unica persona del Figlio di Dio fa sì che l’azione dello Spirito santo prepari e predisponga l’ovolo del seno verginale di Maria perché essa assunto dalla persona del Verbo divino, in maniera tale, che l’uomo concepito nel seno di Maria e dato alla luce a Betlemme, non possa essere un ‘uomo’ qualsiasi, indeterminato, ma solo l’uomo che sarà ed è Gesù, Figlio di Dio.
    Questo mistero di essere Madre di Dio contiene tale abbondanza di elementi e tale ricchezza di grazia che, anche agli occhi della Madonna, chiarirà successivamente il suo contenuto. Ma questa prima lezione introduttoria nel mistero che il Padre imparte a Maria, in maniera vissuta, fin dall’inizio della sua maternità, non solo rimarrà indelebilmente impressa nel cuore materno delle Madonna, ma trasformerà tutto il suo modo di essere e di pensare. Maria da questo momento sa che il Figlio di Dio è il suo figlio.
    Dobbiamo avvicinare un altro momento della vita di Maria a questo primo dell’Annunciazione: la visita alla sua parente Elisabetta. Nell’incontro infatti di queste due donne privilegiate, la maternità svolge in ambedue il ruolo principale. E poiché si tratta dell’incontro di due madri ‘miracolate’ possiamo vedere, specie riguardo a Maria, una lezione di Dio Padre.
    Tralasciando altri aspetti di questo meraviglioso incontro ci fermiamo un attimo sulle parole di Elisabetta:

    “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.” (Lc. 1,43-45).

    Di queste tre frasi, ciascuna delle quali è una rivelazione e conferma di quanto accaduto nell’Annunciazione, riteniamo solo la seconda, situata nel mezzo tra la conferma della maternità di Maria e il suo atto di fede. Facciamo ciò perché ci consente di tenere in rilievo un nuovo aspetto della partecipazione nel mistero di salvezza, che il Padre ha dato a Maria. E tale aspetto è l’essere portatrice di Gesù.
    I santi padri paragonano Maria all’Arca dell’alleanza, ma sottolineano la superiorità di Maria. La diversità intercorrente fra Maria e l’Arca, portatrice di una presenza speciale di Dio, è quella che si riscontra tra l’ombra e la realtà.
    Nell’incontro di Maria con Elisabetta possiamo rintracciare una nuova lezione di Dio Padre. Maria porta nel suo grembo Gesù per comunicarlo, perché Gesù entri in rapporto di salvatore, in questo caso con il suo precursore, ma in genere con tutti gli uomini.
    Se ogni carisma, ci dice san Paolo, viene concesso a beneficio degli altri (1Cor.12,7; 14,12-26), per “l’utilità comune”, “per edificare”, non desta meraviglia che questo singolarissimo dono della divina maternità di Maria sia anche concesso a beneficio altrui. Le parole di Elisabetta, facendo conoscere la gioia sperimentata da Giovanni nel grembo di sua madre, sono senza dubbio per Maria una rivelazione della potenza salvifica racchiusa nella sua maternità, che si spande e deve spandersi a profitto di quanti la vogliono accogliere.
    Da tutto ciò non è difficile trarre degli insegnamenti per la nostra vita spirituale che espliciteremo in seguito.

 

I. La Vergine Maria “la prima discepola dello Spirito Santo”


Passiamo adesso alla considerazione di Maria come prima discepola dello Spirito Santo. Diamo sempre il doppio senso indicato al titolo ‘prima discepola’: ora però riguardo allo Spirito santificatore ce, come abbiamo visto, opera egli pure da maestro.

Ci consente di palar di Maria come prima discepola dello spirito santo il presupposto fatto che siamo dentro al mistero dell’Incarnazione del Verbo; sempre in riferimento a questo evento salvifico Maria, sarà la ‘prima’, e colei che in maniera più perfetta riceve l’agire dello Spirito come maestro interiore, benché già nell’Antico Testamento lo Spirito di Dio ammaestri in maniera simile quanti ricevono il suo benefico influsso.

Ho scelto quattro diversi momenti nei quali è maggiormente agevole rintracciare l’azione dello Spirito come maestro del cuore. Essi sono: il canto del ‘Magnifica’ e la breve frase, molto simile nel contenuto, con la quale Luca ci scopre l’effetto prodotto in Maria dalla visita dei pastori, dalle parole di Simeone e dalla vita di Gesù a Nazareth.

  1. Il Magnificat

    Nelle parole del meraviglioso canto che è il Magnificat si può senz’altro vedere l’azione di Dio Padre, perché esso poggia sul fulcro della divina maternità ed è una esplicitazione di questo mistero. Tuttavia mi sembra maggiormente adatto vedervi una lezione dello Spirito, se viene considerato, come è mio desiderio, da un punto di vista speciale.
    Tale prospettiva viene espressa dalle parole della Madonna: “… ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc.1,52).
    Questo inno presenta un quadro sorprendente sotto un aspetto particolare, inserito tra gli altri, di questa visione profondamente teologica e spirituale del mistero della salvezza.
    Non destano di fatto sorpresa né il tono di esultanza, né il ringraziamento, e neppure sentir lodare la potenza del braccio dell’Onnipotente, o che Dio abbia soccorso Israele e avverato le sue promesse “come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sula discendenza per sempre”. (Lc. 1,55).
    Invece desta meraviglia ciò mi sembra, che parli del rovesciamento dei potenti dai troni e dell’innalzamento degli umili. Ce significa tutto ciò? Che luce splendente rifulse dinanzi agli occhi del cuore di Maria, per farle vedere nell’Incarnazione tale cambiamento? Che portata hanno queste parole per capire la spiritualità della Vergine Maria?
    Anticipando la risposta e in pari tempo indicando i tre aspetti che ora vogliamo esporre, possiamo asserire: ciò significa il destino di Gesù; la luce è lo Spirito Santo; queste parole sono trascendenti, e ci fanno capire il posto che occupa Maria.
    È indispensabile ricorrere a un testo di san Paolo, per chiarire il pensiero e per offrire il fondamento sul quale poggia questa interpretazione, secondo la quale questo brano è una magnifica lezione impartita dallo Spirito Santo a Maria, e per mezzo di lei a tutti noi.
    L’Apostolo, scrivendo ai Corinzi, ci da la chiave di lettura per capire in profondità queste parole della Madonna.
    Nella prima lettera ai Corinzi egli infatti ci svela i disegni di Dio Padre, che per la salvezza del mondo ha inviato suo Figlio. Ma ciò in maniera tale, che sia la “sapienza della croce” quella che salva e solo essa.
    Paolo ci dice che gli uomini cercano sapienza e forza, ma Dio offre loro “debolezza” e “pazzia”. Debolezza e stoltezza dell’amore senza limiti né confini di Gesù, che si è spogliato della sua dignità divina e per amore verso il Padre e verso di noi, si è fatto obbediente sino alla morte e morte di croce. Di qui, il sapiente di questo mondo deve farsi insipiente e il potente di questo mondo debole per poter scoprire che la “stoltezza di Dio è più sapiente gli uomini e la sua debolezza più forte degli uomini” (1Cor. 1,25).
    Penso che queste parole diano motivo a parlare di un vero rovesciamento. Orbene chi può operarlo è lo Spirito di Dio scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio.

    “Chi conosce i segreti dell’uomo – prosegue – Paolo – se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito di Dio” (1Cor. 2,11).

    La Madonna quindi, parlando del rovesciamento dei potenti, ci fa intendere che ha compreso, alla luce dello Spirito , che per capire il mistero di Gesù del quale ella è portatrice, i sapienti e i potenti del mondo devono cambiare la loro “sapienza” nella “stoltezza” dell’amore rivelato nella Croce di Gesù e la loro “potenza” nella debolezza di cui si è rivestito Gesù nel grembo di Maria.
    Così come Paolo in seguito al testo citato afferma: “… Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1Cor. 2,12), a nostra volta possiamo asserire che Maria ha ricevuto in pienezza lo Spirito di Dio poiché ha conosciuto questo ‘rovesciamento’ dei valori umani. Questo cambiamento non si può conoscere né apprezzare senza la luce dello Spirito: “… Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili”; ed esso è indispensabile per accettare la salvezza di cui Gesù è portatore e che egli impersona.

  2. Maria ricorda gli eventi

    Parlando dell’insegnamento impartito a Maria dallo Spirito Santo posiamo abbinare due frasi che troviamo nel vangelo di S. Luca. Sono alquanto diverse e riferite a diversi eventi della vita di Maria, ma ambedue hanno un contenuto identico, che ci permette di allacciarle con l’agire dello Spirito di Dio che insegna, facendo ricordare. Certamente nel testo lucano non troviamo una esplicita indicazione dell’azione del Paraclito. Tuttavia il valore di sintesi e di sunto, che queste frasi hanno dentro il contesto nel quale le ha collocate l’evangelista, permette di vedere in esse una trascendenza particolarissima.
    La possiamo benissimo esprimere dicendo che questi eventi, di cui subito parleremo, rimangono come scolpiti nel cuore della Madonna e, illuminati dalla luce dello Spirito, guidano la sua azione e la sua vita.
    I due eventi sono la visita dei pastori e la vita di Gesù a Nazareth. Rispetto al primo, l’evangelista dopo aver narrato la visita dei pastori la notte di Natale e indicato che essi “riferirono ciò che del bambino era stato detto loro” (Lc. 2,17), contrappone l’atteggiamento di Maria a quello degli altri che ascoltano tali parole. Riguardo a costoro Luca afferma che “si stupirono”, di Maria invece che “… serbava queste cose meditandola nel suo cuore” (Lc. 2,19).
    Luca fa una osservazione molto simile a quella precedente, quando riassume tutta la vita di Gesù a Nazareth dopo il ritrovamento di Gesù nel tempio. Egli scrive: “ Partì (Gesù) dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso” (Lc. 2,51°).
    È da notare che sia in questo testo come nel precedente la versione della Bibbia di Gerusalemme, utilizzata da noi, traduce in italiano con “tutte queste cose” la locuzione certamente ebraizzante, che più letteralmente si traduce con “tutte queste parole”. Ciò fa vedere che Maria ricordava non solo le parole, ma anche i fatti accaduti. Questo riflettere, ricordano i fatti, mi sembra molto istruttivo per lasciare spazio all’insegnamento dello Spirito Santo, che aiuta a percepire il significato di eventi che, nonostante siano stati vissuti da noi, risultano forse enigmatici.
    È conveniente far riferimento ad altre due espressioni che troviamo in questo stesso contesto, per vedere con maggiore chiarezza il significato delle due locuzioni di cui parliamo.
    Dopo le parole del vecchio Simeone nel suo “Nunc dimittis”, che esprime la soddisfazione di un grandissimo desiderio avverato, Luca scopre l’impatto che esse hanno fatto nell’animo dei parenti di Gesù, con queste parole: “ Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle parole che si dicevano di lui” (Lc. 2,33)
    Nel ritrovamento di Gesù nel tempio, Maria domanda a su figlio: “Perché ci hai fatto così?”. Gesù risponde: ma il senso della risposta che egli dà, rimane oscuro. Luca conclude: “Ma essi non compresero le sue parole” (Lc. 2,50).

    Questi due indicazioni dell’evangelista permettono di dedurre, da una parte che la conoscenza di Maria sul mistero del Figlio è progressiva: essa impara; e dall’altra, che la Vergine riceve in un clima meraviglia, di sorpresa e di stupore le parole lusinghiere dette di suo Figlio. Ed è in tale atmosfera di serenità, pace, gioia, meraviglia, stupore, che Maria impara e progredisce nella conoscenza, ricordando quanto è accaduto, alla luce dello Spirito santo.
    Se Luca dice esplicitamente, riguardo all’evento della visita dei pastori a Betlemme, che Maria “meditava”, e non dà la stessa indicazione riguardo alla vita di Nazareth, possiamo tuttavia verosimilmente anche qui supporre che il ricordo di Maria era “meditativo” e valorizzava quanto accadeva.
    Questo atteggiamento, molto simile – per non dire coincidente – con la preghiera, ha un suo contenuto. Tale contenuto della riflessione di Maria lo possiamo individuare, nel caso dei pastori, nel fatto che proprio a loro, per primi, si fosse manifestata la nascita del Salvatore suo figlio e in maniera così straordinaria; e per quanto riguarda la vita di Nazareth, nel fatto di veder Gesù – e lei sa ce è suo figlio, ma anche Figlio di Dio – che rimane sottomesso ai suoi parenti: ciò desta grande stupore nel suo cuore.
    In questi due fatti occorre la luce dello Spirito per capire la preferenza di Dio verso i poveri e i semplici, gli umili, senza scandalizzarsi di questa preferenza; e per persuadersi che la sottomissione non è incompatibile con la dignità divina di Gesù, bensì confacente con la veste di servo e servitore che egli ha voluto indossare per la nostra salvezza: sottomissione non solo alla volontà del Padre, ma anche a quella umana dei suoi parenti.
    Di qui possiamo dedurre che Maria ‘impara’ sotto l’influsso dello Spirito a vedere come si allarga la lezione appresa dal Padre che “innalza gli umili”, e include in questi umili i ‘pastori’, cioè quegli uomini socialmente ‘umili’. In peri tempo vede come suo Figlio mette in pratica quel “rovesciamento” sul quale Maria è stata già istruita; ma contemplarlo avverato ed eseguito da suo Figlio diventa una costante e rinnovata fonte di meraviglia e di sorpresa per il suo cuore.
    Queste lezioni date dallo Spirito sulla sapienza della croce, sulla preferenza di Dio verso i poveri e sul valore dell’umiltà, tradotta in sottomissione, si intrecciano nella vita di Maria con quelle che continuamente riceve da suo Figlio; e ci permettono di considerare con frutto l’azione di Gesù come maestro di Maria nella vita quotidiana.

 

I. La Vergine Maria “la prima discepola di Gesù”


Siamo arrivati al terzo punto che vogliamo esporre: Maria ‘prima discepola di Gesù Cristo.

Qui spicca senza dubbio il privilegio di Maria di essere la ‘prima discepola’ del Verbo incarnato. Ella è la ‘prima’ nel senso cronologico della parola, perché solo a partire dall’Incarnazione e dalla nascita di Gesù si può asserire che Dio, che aveva parlato “molte volte e in diversi modi” nei tempi antichi, ora “parla” per mezzo di “suo Figlio”, come dice l’introduzione della lettera agli Ebrei (Eb. 1,1-2).

Dobbiamo vedere, in questo fatto del parlare di Dio Padre per mezzo del Figlio, e primariamente a Maria, non solo l’aurora e lo sbocciare del fiore di una nuova tappa dell’amore del Padre verso gli uomini, bensì la pienezza di questo amore, che zampillerà come fonte inesauribile fino alla compiuta pienezza dei tempi.

Maggiormente importanti e indiscutibile è il posto di Maria come ‘prima discepola’ nel senso di qualità, cioè in quanto Maria è la più intima del divin Maestro, istruita da lui più frequentemente e nella maniera più svariata.

Consideriamo questo opera di Gesù come ‘Maestro’ di Maria in quattro momenti: primo, in quella che possiamo denominare la vita di famiglia; poi in altri tre momenti ricavati dai vangeli: a Cana di Galilea, e quando Maria incontra Gesù con i suoi discepoli, e ai piedi della Croce.

Sul primo momento siamo informati pochissimo. Tuttavia lo ritengo molto importante, perché ci dà la base per capire meglio gli altri passaggi della Scrittura e perché offre alla contemplazione dell’anima cristiana come una tela o una tavola sulla quale, con i colori o le figure somministrate dalla fede e dall’amore, può dipingere un quadro meraviglioso nel quale la figura di Gesù e della Madonna prendono corpo e vita secondo dei luoghi, tempi e circostanze.

S. Ignazio di Loyola propone come metodo di contemplazione di adoperare i sensi dell’immaginazione. Su questo metodo vi sarebbero molte cose da dire, ma non lo possiamo fare in questa sede. Dobbiamo accontentarci delle linee principali, perché ciò fa al nostro scopo.

I sensi della immaginazione sono chiamati anche sensi interni, che in corrispondenza ai sensi esterni da tutti conosciuti, cioè vista, udito, odorato, gusto,tatto hanno una loro attività simile a quella dei sensi esterni. Per l’immaginazione infatti possiamo ‘vedere’, ‘udire’, ‘odorare’, ‘gustare’, ‘toccare’, senza bisogno di avere dinanzi a noi una persona o un oggetto, ma solo facendolo comparire in virtù di questa facoltà chiamata immaginazione.

Il santo raccomanda, prendendo lo spunto dalla storia evangelica, ad esempio, della nascita di Gesù a Betlemme, di

“vedere, con gli occhi dell’immaginazione la via da Nazareth a Betlemme, considerandone la lunghezza e la larghezza, se tale via è pianeggiante a se attraversa valli o alture. Nello stesso modo, guardando il luogo o grotta della natività, vedere quanto sia grande o piccolo, basso o alto e come sia addobbato” (Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali).

E quello che ancora è più importante – raccomanda il santo – è di:

“vedere le persone, cioè vedere (immaginativamente) la Madonna, Giuseppe, l’ancella e il Bambino Gesù, appena nato. Mi farò simile a un povero e indegno schiavo, guardandoli, contemplandoli e servendoli nei loro bisogni, come se fossi lì presente, con tutto il rispetto e la riverenza possibili”.

Poi, procedendo in maniera simile con l’udito interiore, o dell’immaginazione:

“guardare, notare e contemplare ciò che dicono”.

Quindi, “odorare e gustare, con l’olfatto e con il gusto (spirituali), l’infinita soavità e dolcezza della divinità, dell’anima e delle sue virtù, a secondo della persona che si contempla”.

Infine, “ toccare col tatto (sempre immaginativo), come per esempio abbracciare e baciare i luoghi dove queste persone passano e si siedono”.

Egli avverte alla fine di ciascuno di questi ‘punti’ o attività dei sensi dell’immaginazione, che occorre “ procurare di coglierne frutto” spirituale.

Questa maniera di contemplare i diversi misteri della vita di Gesù è eccellente per introdurre non tanto la persona che contempla nell’ambiente di questi eventi salvifici quanto gli stessi eventi nel proprio cuore. Così si apre la via ad ulteriori progressi nell’orazione e siamo condotti come per mano sino alla soglia della contemplazione, chiamata dagli autori spirituali, ‘passiva’. Perché non solo procuriamo di immaginare le cose – diciamo esterne – bensì gustare e assaporare la divinità e le virtù: cose che certamente non hanno forma né figura. Ma sapendo che è qualcosa di straordinariamente sublime, lasciamo che la soavità e il profumo invadano tutto il nostro essere interiore.

Orbene, il privilegio singolare della Madonna, compartecipato da Giuseppe, è di non aver bisogno di adoperare i sensi dell’immaginazione, né per entrare nell’ambiente del mistero salvifico, né perché esso s’infiltri e penetri nel cuore. La Madonna ha dinanzi agli occhi la realtà di Gesù e la contempla con il cuore imbevuto di fede, speranza e amore materno. E così da essa riceve gli insegnamenti costanti che Gesù, suo Figlio, le imparte con la vita vissuta e con le parole.

Non dobbiamo dimenticare che l’insegnamento vissuto e dato da Gesù con la sua presenza e con il suo agire viene integrato, come abbiamo già detto, dall’attività del Padre come Maestro che attira verso Gesù, e dalla simile azione dello Spirito Santo che fa capire e penetrare, ricordando il senso vero e spirituale di questi insegnamenti.

Questo imparare, diciamo, ‘interiore’, dai tre divini Maestri non solo è osa importantissima, ma decisiva per la vita spirituale. È verissimo che il vedere con i sensi esterni la persona di Gesù e udire le sue parole è un privilegio: ciò si ricava chiaramente dalle parole stesso di Gesù che dice, rivolgendosi ai discepoli:

“Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete e non videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!” (Mt. 13, 16-17; Lc. 10, 23-24).

Tale ‘macarismo’, ossia benedizione (“beati”), presuppone però il vedere e udire Gesù con fede e amore, perché sono stati parecchi i contemporanei di Gesù sia a Nazareth che altrove, che non hanno meritato questa parola di ‘fortuna’ o ‘beati’, appunto perché non hanno completato la percezione esterna con quella interiore della fede e dell’amore verso Gesù.

Non è questa la situazione della Vergine Maria. Essa contempla Gesù, suo Figlio, e quanto egli fa, non solo con i sensi esterni, bensì con quelli dell’anima arricchiti dall’azione del Padre e dello Spirito, come Maestri del suo cuore.

  1. Vita di famiglia

    È conveniente soffermarsi un attimo, senza dilungarci nell’esposizione del meraviglioso evento che è la vita di famiglia a Nazareth, sul fatto della convivenza di Maria con suo Figlio.
    La Vergine lo contempla bambino, adolescente, adulto, e in ognuna di queste tappe gli occhi di Maria vedono sempre, con crescente meraviglia, il Figlio di Dio che veramente si è fatto uno di noi.
    Quante volte lo sguardo attento della madre si sarà fissato sopra Gesù per vedere come lavorava, come giocava, come mangiava, come pregava, con lo sfondo, indimenticabile per Maria. Che era Figlio di Dio! E tutte quelle altre azioni di un figlio che tanto attirano l’attenzione di una madre, il sorriso, forse il pianto, le domande, le risposte talvolta inattese, il suo contegno verso la mamma, soprattutto quando diventa un giovanotto, un uomo, saranno state per Maria altrettante lezioni di spiritualità. Senza dubbio nell’atteggiamento di Gesù in questi anni di vita di famiglia spicca la sottomissione, come rileva s. Luca (Lc 2,51), la bontà di Colui che potrà dire: “ imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt. 11,29). Mitezza tanto confacente con quella del Servo di Jahvè profetizzata da Isaia:

    “… non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is. 42,2).

    Il sunto che ci dà s. Luca di tutti questi anni: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc. 2,52), oltre ad essere in riflesso della verità, è probabilmente il luminoso ricordo lasciato da Gesù nel cuore di sua madre, la Vergine Maria. La Madonna, che durante questi anni ha fatto imparare tante cose al suo Figlio, a camminare, forse a leggere, a giocare, a darle una mano nelle faccende di casa, ad andare ad attingere l’acqua all’unica fontana del piccolo villaggio, a pronunciare il nome di ‘mamma’ e tante altre cose della vita quotidiana, a sua volta diventava discepola di Gesù, vedendo e contemplando come Egli faceva tutte queste cose.
    Presupposto questo atteggiamento di Maria come ‘prima discepola’, non causa meraviglia, anzi è la cosa più naturale del mondo, trovare nel vangelo queste parole: “ Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51), come abbiamo accennato.

  2. Maria a Cana di Galilea

    Come ho indicato, oltre a questo insegnamento quasi costante dato da Gesù a sua Madre Maria, è opportuno notare tre passaggi dei vangeli, nei quali possiamo facilmente individuare un particolare insegnamento per la Vergine Maria.
    Il primo di essi lo troviamo nelle nozze celebrate a Cana di Galilea, Giovanni ci racconta il fatto in maniera abbastanza dettagliata e dà all’evento una portata del tutto singolare.
    L’evangelista, collocando questo fatto subito dopo la vocazione dei primi apostoli e come prima manifestazione di Gesù, vuol dargli un posto di privilegio nell’annunzio della buona novella, che Gesù si accinge a proclamare pubblicamente.
    Da tutto questo ricchissimo materiale noi attingeremo soltanto quei tratti che ritengo siano molto adatti una lezione, non teoretica, ma vissuta, concessa da Gesù a sua madre e con lei a tutti noi.
    S. Giovanni con poche pennellate ci dipinge il quadro e fa agire i personaggi. Indica il tempo: “ tre giorni dopo”, l’ambiente: “ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea”, chi erano gli invitati: “c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli”. Ciò premesso, entra subito nell’argomento: “… venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’” (Gv.2,3).
    Prima di considerare la risposta, nella quale possiamo vedere il contenuto delle lezione, è conveniente soffermarci un attimo su questo intervento di Maria a favore degli sposi.
    Non conosciamo i possibili legami di Maria con questi innominati, da una parte generosi, ma dall’altra sprovveduti sposi. Richiama l’attenzione il contegno attivo di Maria in tutta questa vicenda. La Madonna si accorge della mancanza del vino e subito cerca di mettervi riparo. Ella si rivolge subito non al padrone di casa, né al maestro di tavola, né ai servi, ma direttamente a Gesù. Da questo fatto penso sia legittimo dedurre che Maria ha imparato a venire incontro in modo spontaneo ai bisogni degli altri ricorrendo soprattutto a suo Figlio, nel quale ha una fiducia illimitata. Perciò in questo ricorso al Figlio e non al padrone possiamo anche vedere l’ispirazione speciale dello Spirito che la spinge a procedere in questo caso concreto con la stesso fiducia illimitata.
    La risposta di Gesù alla petizione di sua madre, a giudicarla dal tenore delle parole, potrebbe sembrare un rifiuto. Ciò appare già dalle prime parole di risposta: “Che ho da fare con te o donna?”. Esse presuppongono che la domanda di Maria voglia coinvolgere Gesù nell’interesse da lei sentito riguardo agli sposi. Tale rifiuto o distacco emerge maggiormente nel chiamarla “donna” e non “madre”, come ci si aspetterebbe, giacché l’evangelista nei due versetti precedenti l’ha denominata “la madre di Gesù”. L’appellativo “donna”, adoperato da Gesù sulla croce, quando egli si mostra premuroso riguardo al futuro di sua madre, non è in nessun modo espressione di disprezzo, come si prova dall’uso greco di questa parola. Qui però mi sembra sia la parola giusta, per rendere meno stridente il rifiuto opposto da Gesù a sua madre.
    Si deve avere presente che l’evangelista ci dà i tratti fondamentali del racconto senza indicarci il tono di voce con cui vengono pronunciate queste parole, se con un sorriso, che smorzerebbe l’asprezza delle parole, o con un gesto, che Maria e forse solo lei poteva capire nel suo vero significato; non sappiamo.
    Il rifiuto però sembra maggiormente perentorio dal motivo aggiunto da Gesù, che ben possiamo chiamare ‘ragione teologica’. Nel dire: “Non è ancora giunta la mia ora”, egli fa appello infatti alla volontà del Padre, che ancora regge tutta la vita e l’attività di Gesù. Affermare quindi che non è ancora giunta “la mia ora” fa palese da una parte che la richiesta della Madonna accennava a un intervento di Gesù proprio in rapporto alla sua missione di Salvatore e, dall’altra, che egli ritiene non sia il momento e forse neppure il posto adatto per manifestare la sua gloria, quella che egli proviene dal Padre e lo fa uguale al Padre, perché le opere di Gesù manifestano il Padre.
    Tuttavia, nel modo di pronunziare queste parole la Vergine Maria ha intuito il vero disegno del Padre e la vera volontà del Figlio.
    Ecco il punto nel quale che dobbiamo vedere la lezione che Gesù imparte a sua madre. E la lezione altra non è che questa: sotto un’apparenza, forse aspra, della risposta di Gesù si possono vedere i contenuti della sua infinita dolcezza e bontà. Ed è la preghiera piena di fiducia, la forza che rompe il guscio delle parole e fa palese il vero sentimento di Gesù.
    Che l’apparente rifiuto passa insieme con il desiderio da parte di Gesù di voler accogliere la domanda, lo conferma il fatto della guarigione della figlia della Cananea. Le parole di Gesù apparentemente di disprezzo: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Mt. 15,16), sono solo la scorza di quelle altre: “…davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”.
    Così la Madonna, che con il frequente tratto con Gesù ha imparato, nell’intimità della vita familiare, a conoscere il sottofondo vero della bontà illimitata di suo Figlio, a Cana ripete fiduciosamente la domanda,e facendo intendere, forse solo con uno sguardo, che ha capito il vero senso della risposta, si rivolge ai servi della casa e dice loro”Fate quello che vi dirà” (Gv.2,5).
    Maria ha imparato ad avere piena fiducia in Gesù. E la fiducia di lei, come la vera speranza cristiana, non venne delusa. Seguì il miracolo, il primo operato da Gesù, di così grande rilievo nel suo valore simbolico, quale inizio da Gesù, di così grande peso nella fede-adesione dei discepoli verso il loro Maestro.

  3. Incontro di Maria e dei parenti con Gesù che parla ai discepoli (Mt.12,46-50)

    Anche un altro fatto, molto diverso dal precedente, contiene un’interessante lezione. Qui però tale insegnamento va indirizzato più verso i “parenti” che accompagnano la Madonna, che verso la madre, che ha imparato e vissuto la lezione data da Gesù.
    Mi riferisco al fatto raccontato dai tre sinottici con diversi sfumature, ma coincidente nel contenuto, quando Maria con i cosidetti “Fratelli e sorelle di Gesù” si avvicinano a lui che sta ammaestrando i suoi discepoli e una grande folla (Mc. 3,31-35; Lc. 8, 19-21).
    Gesù insegna. Marco ce lo fa capire dicendo che “…Tutto attorno era seduta la folla” (Mc. 3,32). Abbiamo accennato già che Gesù, come gli scribi e i maestri del suo tempo, faceva sedere gli ascoltatori per imparare loro il suo insegnamento. La folla è così numerosa che Maria e i suoi si mantengono in disparte, aspettando che Gesù finisca di parlare.
    Qualcuno degli ascoltatori nota la presenza dei parenti e comprendono che gli vogliono parlare gli dice: “ Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle cono fuori e ti cercano (Mc 3,32).
    Forse questo ascoltare, e con lui tutti gli altri, si aspettavano che Gesù si alzasse per andare incontro ai suoi.
    Ecco però la risposta sorprendente. Gesù rimane seduto, gira lo sguardo su quelli che gli stanno attorno, stende su di loro la mano e dice: “ Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (Mt. 12,48).
    Non sappiamo se Gesù, dopo aver formulato la domanda, lasci tempo perché qualche ascoltatore gli dia una risposta. Se fosse così, è molto probabile che lo stesso informatore, additando i parenti, abbia detto: “…sono là”. Certo è che Gesù, come narra Matteo, “stende la mano verso i suoi discepoli” e risponde, senza dubbio con grande sorpresa di tutti: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt. 12,49-50).
    Purtroppo gli evangelisti non fanno nessun commento su queste parole, né ci dicono l’effetto prodotto da esse nei suoi discepoli, verso i quali va certamente una preferenza di Gesù.
    Alcuni autori hanno voluto vedere in queste parole un disprezzo di Gesù verso sua madre. A mio avviso sbagliano molto, perché fanno perdere all’insegnamento di Gesù tutta la sua forza e originalità. Invece se, come si deve ritenere, sottolineiamo il grandissimo amore e apprezzamento di Gesù verso sua madre e verso i suoi parenti secondo la carne, allora brilla con tutta la sua luminosità la lezione impartita qui da Gesù; perché egli concede una chiara preferenza nel suo amore a coloro che fanno la volontà del Padre suo che è nei cieli.
    Ma questo presuppone un grande amore. E questa preferenza è tale perché si stabilisca un legame di sintonia di fede e di amore con coloro che obbediscono alla volontà del Padre e fa sì che essi assomigliano di più a Gesù e contraggano con lui un rapporto di intimità più forte e più intimo di quanto lo possa essere il vincolo di parentela puramente naturale.
    Diciamo la stessa cosa con le altre parole: quello che conta per essere uniti a Gesù “suoi parenti”, non è l’esterno e naturale, bensì la disposizione del cuore e le virtù soprannaturali di fede, fiducia e amore. L’esterno e naturale di Maria è certamente un privilegio, come abbiamo notato parlando del “vedere” con gli occhi corporali Gesù e “udire” le sue parole. Ma questo privilegio, paragonato all’altro di essere discepoli di Gesù e assomigliarsi a lui nell’obbedienza del Padre, per rilievo e viene come offuscato dalla luminosità, che si irradia dalla parentela spirituale. Questa ottiene il primato e fa diventare fratelli veri, e sorelle e, come sottolinea San Francesco di Assisi, anche madre di Gesù

    Questa lezione che privilegia il legame spirituale è senza dubbio per Maria un ulteriore conferma del privilegio di essere stata la ‘prima discepola’ del Verbo incarnato, del Figlio di Dio, che diventa così ‘figlio suo’ per un nuovo motivo, per il vincolo spirituale di chi è obbediente al Padre e assomiglia di più a Gesù
    In questa prospettiva della parentela spirituale con Gesù, Maria ottiene anche il primato, come ‘prima discepola’ del divin Maestro. Ciò a sua volta le conferisce il titolo di ‘maestra’ di tutti i credenti che vogliono diventare fratello e sorella e madre di Gesù, cioè ottenere da parte di Gesù l’amore, che portano seco questi dolcissimi nomi.

  4. Maria discepola ai piedi della croce

    Ora, come abbiamo detto, dobbiamo trasferirci ai piedi della croce. È un momento culminante sia della vita di Gesù che dei suoi insegnamenti. Ritorneremo su questo momento drammatico, quando parleremo di Maria prima discepola nella sofferenza. Adesso vogliamo fissare lo sguardo solo su alcune parole di Gesù, che fanno capire a Maria, e con lei a tutti noi, quando sia vasto l’orizzonte della sua maternità.
    Questa lezione non è del tutto nuova. Gesù l’ha iniziata quando è rimasto tre giorni del tempio e alla domanda di Maria ha risposto:”Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc. 2,49). Allora le parole di Gesù rimasero enigmatiche anche per la ‘prima discepola’. Luca ci dice: “…essi non compresero le sue parole” (Lc. 2,50). Forse più tardi, conoscendo che il suo Figlio è il buon pastore, che cerca anche la pecorella smarrita come compito affidatogli dal Padre, Maria ha imparato che Gesù deve “occuparsi” di molte altre cose e persone, benché egli abbia data la preferenza a Maria per circa trent’anni nella vita di famiglia.
    Questo per essere ‘per gli altri’ e perciò ‘madre per gli altri’, specie per i discepoli di Gesù nella persona di Giovanni, è il sunto della lezione sublime ed esigente, impartita da Gesù agonizzante a sua madre Maria, ed in lei a tutti i credenti.
    Le parole riportate da Giovanni evangelista: “Donna, ecco il tuo figlio”, riferite al discepolo che egli amava, sono supplica amorevole e un comando premuroso di Gesù che, insegnando a Maria ad aprire il cuore ad altri “figli” e ad avere per loro un premuroso amore, le fa capire tutta la portata della sua divina maternità. Così come le parole corrispondenti indirizzate al discepolo: “Ecco la tua madre”, sollecitano una risposta filiale, prima da Giovanni e poi da tutti i discepoli, rappresentati dalla persona del discepolo “che egli amava”.
    Questo dover esser “madre” di tutti i discepoli del Figlio, entra nel dinamismo del singolare privilegio concesso a Maria di essere la Madre immacolata di Gesù, perché ogni carisma, come abbiamo già ricordato, è concesso a beneficio di tutti (1Cor.14,13.26), e il dover servire “all’edificazione della Chiesa” ha tanta maggior forza quanto più egregio è il dono elargito da Dio Padre, per mezzo del suo Spirito.
    Che Maria abbia accettato senza indugio questo compito si essere Madre per gli altri, specie per Giovanni, lo possiamo dedurre dalle parole con cui Giovanni finisce questo racconto: “ E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv. 19,27), e certamente con il pieno consenso di Maria.

    Così Gesù affida a Maria, sua Madre, il compito di essere vincolo di unione tra i “parenti” di Gesù, quando sono diventati credenti in lui, e i discepoli. Impegno espletato da Maria con sollecitudine materna, come si ricava dagli Atti. A questo proposito “ ritornarono a Gerusalemme, e salirono al piano superiore dove abitavano” Luca ci dà la lista di tutti questi discepoli cominciando da Pietro, e ci dice che tutti erano assidui e concordi nella preghiera, “insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (At. 1,14).
    Il ruolo materno di Maria, una volta che i “fratelli di Gesù” sono diventati credenti, è appunto il legame di unione con i discepoli, specie con gli undici, che già l’avevano accettata come madre per mezzo di Giovanni.
    Le tensioni che sorgeranno tra la Chiesa giudeo-cristiana e pagano-cristiana, che recenti studi in merito hanno chiarito maggiormente, fanno palese da una parte la lungimirante previsione del Maestro, il quale chiede a sua Madre che voglia esser madre dei suoi discepoli, e dall’altra il ruolo importante di Maria per unire queste due parti della Chiesa che in un primo tempo si erano trovate in contrasto.
    Così l’insegnamento ricevuto da Maria abbraccia tutto l’arco di tempo intercorrente fra le prime ‘lezioni’ nel focolare di Nazareth e l’inizio della Chiesa, sino alla fine dei tempi.
    In tutto ciò possiamo asserire che Maria è stata la ‘prima discepola’ di suo Figlio Gesù. E per essere stata la ‘prima’, nel doppio senso indicato, diventa anche Madre, Maestra e Modello di tutta la Chiesa e di ciascun discepolo di Gesù, l’unico Maestro di tutti.